Duemilatrecento anni separano un filosofo greco da un premio Nobel per l’economia. Eppure, messi a confronto, dicono quasi la stessa cosa sulla felicità, e smentiscono entrambi quello che probabilmente stai inseguendo in questo momento. Cosa serve davvero per stare bene? La risposta, sorprendentemente, non è cambiata in duemila anni.

Cosa serve davvero per essere felici secondo la filosofia
“Il piacere è principio e fine della vita beata.” Epicuro la scrive nella sua opera più nota, la Lettera a Meneceo, tramandata proprio come “la lettera sulla felicità“. Detta così, sembra l’invito a una vita di eccessi. È esattamente il contrario di quello che Epicuro voleva dire, ed è qui che quasi tutti, ancora oggi, fraintendono tutto.
Oggi il termine “epicureo” descrive chi si concede ogni piacere possibile. Nella sua lettera, Epicuro distingue tre tipi di desideri: quelli naturali e necessari (mangiare, dormire, avere un riparo), quelli naturali ma non necessari (un pasto raffinato invece che semplice), e quelli né naturali né necessari (potere, ricchezza illimitata, fama). Solo i primi, per lui, portano davvero alla serenità. Tutto il resto è una corsa che non finisce mai.
Serve il piacere, sì, ma quale tipo di piacere?
Poche righe dopo aver definito il piacere come fine della vita felice, Epicuro sente il bisogno di correggere subito il tiro, forse perché sapeva già che sarebbe stato frainteso:
“Quando dunque diciamo che il piacere è un bene completo, non alludiamo ai piaceri dei dissoluti o a quelli dell’ebbrezza, come pensano alcuni che non conoscono o non condividono o interpretano male il nostro insegnamento, ma al non aver dolore nel corpo né turbamento nell’anima.”
Non stava difendendo l’edonismo sfrenato. Stava definendo, con parole di duemilatrecento anni fa, quello che oggi chiameremmo assenza di stress cronico.
Cosa serve per essere davvero felici secondo la scienza
Daniel Kahneman, psicologo israeliano premiato con il Nobel per l’economia nel 2002, ha passato decenni a misurare – momento per momento, con questionari ripetuti durante la giornata – cosa rende davvero felici le persone, invece di chiedere loro cosa pensano le renderà felici.
Il risultato ha sorpreso lui per primo: gli acquisti, i gadget, i successi inseguiti a lungo danno un piacere che svanisce quasi subito. Lavoro, faccende domestiche e shopping ottengono nei suoi studi i punteggi di benessere più bassi; il tempo passato con le persone care, il più alto. Epicuro chiamava “atarassia” l’assenza di turbamento. Kahneman, senza saperlo, misura la stessa cosa quando scopre che il benessere quotidiano dipende più da un basso livello di stress che da un picco di entusiasmo.
Come mettere insieme filosofia antica e scienza moderna
Non serve scegliere tra Epicuro e Kahneman: le loro conclusioni, messe insieme, diventano un metodo concreto da applicare da oggi stesso, senza leggere né trattati di filosofia né studi accademici. Ecco da dove partire:
- Prima di un acquisto “per essere felice”, chiediti se soddisfa un bisogno reale o solo un desiderio vano che non finirà mai di crescere.
- Dai priorità concreta al tempo con le persone che ami: nei dati di Kahneman è la voce più correlata al benessere quotidiano.
- Individua cosa ti agita costantemente – non solo cosa ti manca – e lavora prima su quello, non sull’aggiungere nuovi stimoli
- Vivi il presente invece di rincorrere il ricordo che ne costruirai dopo: Kahneman lo chiama la differenza tra “io che vive” e “io che ricorda”
La felicità, per Epicuro come per Kahneman, non è una meta da raggiungere accumulando. È quello che resta quando smetti di rincorrere il resto.
Leggi anche: Galimberti: “La felicità non viene dall’ultima generazione di telefonini, ma da uno straccio di relazione in più”