Ci sono scrittori che descrivono l’amore. Oriana Fallaci descriveva la fine dell’amore con la stessa precisione chirurgica con cui raccontava le guerre, i dittatori, le rivoluzioni. Giornalista di fama mondiale, autrice di romanzi come Un uomo e Lettera a un bambino mai nato, Oriana Fallaci aveva un rapporto diretto con la realtà emotiva: non cercava le parole giuste, cercava quelle vere. Questa riflessione sulla morte di un amore è tra le più oneste e le più dolorose che esistano in letteratura italiana.

1. Il lutto dell’amore
“La morte di un amore è come la morte d’una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto.”
L’equiparazione è precisa e scomoda. Nella cultura comune, la fine di una relazione è spesso sminuita rispetto al lutto per una persona: “c’è di peggio”, “troverai qualcun altro”, “era solo una storia”. Oriana Fallaci non accetta questa gerarchia del dolore, e fa bene. Il processo psicologico è lo stesso: strazio, vuoto, rifiuto della realtà. Chi ha vissuto entrambe le perdite sa che questa equazione non è esagerata, e chi non l’ha vissuta non ha il diritto di sminuire.
2. L’invalidità
“Quando arriva ti senti invalido. Mutilato. Ti sembra d’essere rimasto con un occhio solo, un orecchio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato.”
L’elenco fisico – occhio, orecchio, polmone, braccio, gamba, cervello – è scelto con precisione. Non una sola metafora: sei metafore fisiche diverse che sommano lo stesso effetto. Oriana Fallaci descrive con precisione come la perdita di una relazione profonda cambia l’esperienza sensoriale del mondo. Ci sono cose che si facevano in due che ora non si sanno più fare da soli. Prospettive che si vedevano con l’altro che ora sono cieche. Una metà del pensiero che era costruita in relazione all’altro e che improvvisamente manca.
3. La memoria distorta
“Nel farlo non ricordi nemmeno le sue colpe, i tormenti che ti inflisse, le sofferenze che ti impose. Il rimpianto ti consegna la memoria d’una persona pregevole anzi straordinaria, d’un tesoro unico al mondo.”
È uno dei meccanismi psicologici più universali e meno discussi: dopo la fine di una relazione, si tende a ricordare il meglio e a dimenticare il peggio. Oriana Fallaci lo nomina con onestà: la persona che tormentava, che faceva soffrire, che imponeva dolore, nel rimpianto diventa “un tesoro unico al mondo”. Non è stupidità. È il modo in cui la mente elabora la perdita. Ma riconoscerlo aiuta a non essere completamente dominati da quella distorsione.
4. Il tempo che guarisce
“Poi, un po’ per volta, ti passa. Magari senza che tu sia consapevole lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce e il rifiuto di rassegnarti ad esso scompare.”
Oriana Fallaci non promette un momento di guarigione drammatico, dice “un po’ per volta” e “magari senza che tu sia consapevole”. Il dolore della fine non si risolve in una notte di pianto catartica o in una rivelazione improvvisa. Si smorza gradualmente, per gradi impercettibili, finché un giorno ci si accorge che si sta bene. Quella gradualità è un conforto preciso, perché dice: non devi fare niente di speciale. Il tempo lavora anche senza che tu te ne accorga.
5. Lo sfregio che rimane
“Però sull’anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa e ti accorgi di non essere più quello o quella che eri prima del lutto.”
Questa è la parte meno consolatoria e la più onesta. La guarigione non è il ritorno alla condizione precedente. Lo sfregio rimane. Si è cambiati da quel dolore, in modo permanente. L’energia si è infiacchita, la curiosità si è affievolita, la fiducia nel futuro ha perso qualcosa. Non è pessimismo: è la descrizione di quello che un lutto d’amore vero fa a una persona.
6. Il Lazzaro dell’amore
“Ecco infine perché, anche quando smette di respirare, esiti a seppellirlo o addirittura tenti di resuscitarlo. Alzati Lazzaro e cammina.”
La chiusura biblica è perfetta. L’invocazione di Lazzaro – il miracolo della resurrezione – usata per descrivere il tentativo disperato di rianimare un amore morto. Oriana Fallaci usa questa immagine senza ironia: capisce perché si tenta di resuscitarlo. Capisce la logica di chi non vuole seppellire. Ma usa la forma imperativa – “alzati Lazzaro” – come se rivolgersi all’amore morto con un’ingiunzione fosse l’unica cosa che rimane da fare. Insieme straziante e ridicola, come spesso è la fine di un amore.
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