Stai vivendo davvero, o stai esistendo? C’è una differenza enorme tra le due cose, anche se dall’esterno possono sembrare uguali, e anche dall’interno, certe mattine, è difficile distinguerle. Una è abitare la propria vita. L’altra è attraversarla senza sentirla davvero. Simone Cristicchi parla di questa differenza con immagini potenti e precise. Il sepolcro che cita non è la morte biologica. È quella vita chiusa, silenziosa, in attesa di qualcosa che non arriva mai perché non lo si va a cercare.

Dare alla luce se stessi
“Credo che l’unico scopo principale di ogni essere umano sia dare alla luce se stesso e togliere le condizioni che ci tengono chiusi dentro a un sepolcro.”
Dare alla luce se stessi, come se fossimo qualcosa che deve ancora nascere pienamente, anche da adulti, anche dopo decenni di vita già vissuta e di scelte già fatte. Come se il vero sé fosse ancora in gestazione lenta, in attesa di condizioni che permettano finalmente di uscire.
E togliere le condizioni che lo impediscono, non aggiungere qualcosa di nuovo, ma rimuovere quello che blocca, quello che pesa, quello che tiene chiusa una porta. A volte la libertà non si costruisce mattone su mattone: si libera togliendo quello che la nasconde.
Cosa ci verrà chiesto alla fine
“Credo che alla fine di questo viaggio che chiamiamo vita non ci sarà chiesto quanti soldi abbiamo guadagnato, quante case abbiamo comprato, che posizione sociale abbiamo raggiunto, ma quanto amore, quanta bellezza c’è in più dopo il tuo passaggio sopra questa terra.”
Questo è uno spostamento radicale dei criteri di misura della vita. Non il bilancio economico, non la carriera, non il successo misurabile. La domanda che resta è: quanta bellezza hai aggiunto al mondo con il tuo passaggio? Quanto amore ha circolato intorno a te? Quella domanda, posta adesso invece che alla fine, può cambiare molte scelte quotidiane.
Il peggior peccato è non stupirsi più di niente
“Credo che non ci sia peggior peccato che non stupirsi più di niente.”
La perdita della meraviglia è forse la forma più silenziosa di morte interiore. Non è drammatica, non fa rumore, semplicemente, a un certo punto, tutto sembra già visto, già sentito, già catalogato.
Il tramonto non fa più niente. La musica scivola via. Le persone sembrano prevedibili. Cristicchi dice che quello è il peggior peccato, non nel senso morale, ma nel senso di quello che ci separa di più dalla vita piena.
Inchinarsi davanti al mistero
“Credo che tutta l’essenza, la cultura e l’intelligenza del mondo non basti, e che ogni tanto bisognerebbe soltanto inchinarsi davanti a questo grande mistero in cui tutti siamo immersi.”
C’è qualcosa che nessuna intelligenza e nessuna cultura risolve completamente. Cristicchi invita a fermarsi davanti a quella cosa, non con rassegnazione, ma con rispetto. L’inchino davanti al mistero non è ignoranza: è la consapevolezza che alcune cose sono più grandi di qualsiasi sistema di spiegazione.
Inizia da qui
La condizione che ti tiene in un sepolcro è diversa per ciascuno di noi, e spesso non è qualcosa di esterno che qualcuno ci ha imposto. È qualcosa che teniamo in piedi noi stessi, magari da anni. Potrebbe essere una paura vecchia che non hai mai esaminato da vicino. Un’abitudine che non ti appartiene più ma che continui per inerzia. Una versione di te che hai smesso di interrogare perché era scomodo farlo.
Chiediti – con onestà – cosa devo togliere per dare alla luce me stesso? Non cosa devo aggiungere. Cosa devo togliere. Quella domanda, presa sul serio invece di essere accantonata, è già il primo atto concreto della nascita.
Simone Cristicchi è cantautore, attore, autore teatrale, vincitore del Festival di Sanremo nel 2007 con Ti regalerò una rosa, autore di spettacoli profondi sulla salute mentale e sulla spiritualità, una delle voci più autenticamente vive della cultura italiana contemporanea.
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