Le ragazze più brave, più collaborative, più orientate al gruppo, più capaci di supportare e di fare squadra, crescendo diventano spesso le collaboratrici più preziose e più essenziali di uomini che poi salgono sul palco a prendere i premi. Non per mancanza di talento: il talento c’è, e spesso è superiore. Non per mancanza di ambizione nel senso puro, ma per un meccanismo educativo profondo, molto specifico e molto efficace, che nessuno ha mai nominato chiaramente come tale. Michela Murgia lo ha nominato con una chiarezza che non lascia margine di equivoco, e che serve a noi genitori di figlie femmine come monito.

Le gregarie meravigliose
“Non insegnate alle ragazze a essere troppo obbedienti, perché quello che succede è che costruite delle gregarie meravigliose, e su ogni singolo palco salirà un uomo a prendere un premio e dirà che deve tutto alla squadra.”
L’immagine del palco che Michela Murgia costruisce è quella più precisa, e quella che colpisce di più perché descrive una scena riconoscibile. Non perché tutti debbano salire su un palco a ricevere premi, ma perché il riconoscimento pubblico tende ad andare a chi è stato educato a prendersi lo spazio fisico e narrativo, a dichiarare i propri meriti senza eccessivo disagio, a stare sotto i riflettori senza vergognarsi di stare al centro.
Le gregarie meravigliose – quelle che hanno reso possibile tutto – rendono possibile il successo degli altri con una competenza straordinaria, e spesso non vengono riconosciute per questo né da chi le ha usate né da se stesse.
Il problema non è il talento
“Non è che le donne non vogliono fare le leader. È vero che sono molto poche quelle che nella vita hanno avuto la chance di dimostrare che avevano gli strumenti per fare anche quello che non era stato loro insegnato.”
Michela Murgia smonta con chiarezza l’idea che le donne siano strutturalmente meno ambiziose o meno capaci nel ruolo di leadership. Il problema non è il talento o la volontà in senso astratto, è che non si insegna loro quello che serve per usarli nel senso della leadership e dell’occupazione dello spazio. E quello che non si insegna fin dall’infanzia è molto difficile da inventare da soli in età adulta, senza quel peso emotivo che si porta.
I primi cinque anni e le regole diverse
“Tutto si gioca nei primi cinque anni di vita. Immaginate una famiglia colta, liberale, che decide di educare un bambino e una bambina con le stesse regole. Le regole sono uguali, ma la penalità per l’infrazione non è proprio uguale.”
A una bambina che infrange una regola viene detto “non fare così, dai un dispiacere”, e nel momento in cui capisce che obbedienza e amore sono in rapporto diretto, diventa obbedientissima. A un bambino che infrange la stessa regola, nella punizione c’è anche un compiacimento: “però, che caratterino!”, e lui capisce che infrangere un limite è qualcosa di cui non si paga un prezzo affettivo.
L’educazione al dissenso
“È a questo che serve l’educazione: non a insegnarti a fare tutto, ma a dotarti degli strumenti per organizzare i tuoi dissensi, eventualmente.”
Questa è forse la frase più importante di tutte. L’educazione non serve a rendere competenti: serve a rendere liberi di dissentire. Chi non ha mai imparato a dissentire – chi ha imparato che il dissenso costa l’amore – non svilupperà mai quella capacità da adulta, o la svilupperà con un costo molto alto in termini di ansia e di senso di colpa.
Michela Murgia è stata scrittrice, attivista, autrice di Accabadora, Chirú, Istruzioni per diventare fascisti e di numerosi saggi sulla politica, sulla religione e sulla condizione femminile, una delle voci più precise, più coraggiose e più combattive della cultura italiana contemporanea.
Leggi anche: Michela Murgia: “Disobbedisci. Rompi le regole. Non farti mai dire che non sta bene quello che ti fa stare bene”