Genitori perfetti o imperfetti? Ecco cosa insegna ai figli a stare al mondo. Dialogo tra psicologi: Klein vs Winnicott

Nello studio di psicologia e psicoanalisi di Donald Winnicott, dove ogni giorno passano storie di bambini diventati adulti e adulti ancora alla ricerca delle proprie origini, la collega Melanie Klein arriva per incontrarlo. Poco prima del loro confronto, una paziente termina la seduta e lascia la stanza. Ma qualcosa nelle sue parole rimane nell’aria: il peso dello sguardo dei genitori e il desiderio, mai del tutto spento, di essere stati visti davvero.

Per Melanie Klein:

“Nell’inconscio del bambino la madre è rivestita di un potere magico perché tutte le cose buone provengono dal seno. Soddisfazione o disagio, gioia o tristezza, amore o odio.”

Invece, per Donald Winnicott:

“Il precursore dello specchio è il volto della madre.”

È  ovviamente una scena immaginata, ma da questo incontro nascerebbe una riflessione che riguarda ogni genitore. Perché crescere un figlio non significa soltanto nutrirlo, proteggerlo o insegnargli delle regole, ma anche offrirgli un’immagine di sé attraverso il proprio sguardo. Eppure, molti padri e madri vivono spesso con una sensazione di stress: sono stato abbastanza? Ho detto le parole giuste? Ho lasciato ferite che non riesco a vedere? Viene quasi da chiedersi: se potessi ascoltare questa conversazione, seduto nella sala d’attesa di uno psicologo, continueresti a pensare che un buon genitore sia quello che non sbaglia mai? O potresti scoprire che ciò che un figlio cerca non è la perfezione, ma qualcuno capace di riconoscerlo anche nelle sue fragilità?

Genitori perfetti o imperfetti

Un figlio ha bisogno di genitori perfetti? Ecco come risponderebbero Melanie Klein e Donald Winnicott

La porta dello studio si apre lentamente. Una donna esce stringendo la borsa tra le mani. Prima di andare via si ferma un istante davanti a Donald Winnicott.
«Grazie, dottore.»
Winnicott le sorride.
«Ci vediamo la prossima settimana.»

La paziente annuisce, ma il suo volto conserva ancora qualcosa della conversazione appena terminata. Si allontana lungo il corridoio, mentre Winnicott rimane qualche secondo sulla soglia a guardarla andare via.

Poi torna nella stanza e chiude la porta. Sul tavolino è rimasto il suo smartphone.
Winnicott lo prende e sorride.
«Ha dimenticato di nuovo qualcosa.»

Proprio in quel momento sente bussare.
«Avanti.»

Melanie Klein entra nello studio togliendosi il cappotto.
«Spero di non disturbarti.»
«No, come stai?»
Klein nota lo smartphone tra le sue mani.
«Della paziente appena uscita?»
Winnicott annuisce.
«Sì. Lo ha dimenticato.»

Klein si siede lentamente.
«Aveva l’aria di una persona che non cercava soltanto una risposta, ma qualcuno che le dicesse che non aveva sbagliato tutto.»
Winnicott appoggia il suo quaderno degli appunti sulla scrivania.
«È proprio così. Continuava a chiedersi se molte delle sue difficoltà fossero nate dagli errori di sua madre. Come se, trovando il punto esatto in cui sua madre aveva sbagliato, potesse finalmente capire tutto ciò che è venuto dopo.»

Klein guarda verso la porta da cui la donna è appena uscita.
«Come sai collega, gli adulti tornano all’infanzia cercando una causa precisa, quasi che ogni sofferenza debba avere un’origine facilmente identificabile.»
«E forse è comprensibile», risponde Winnicott. «Perché il genitore, agli occhi di un bambino, ha un potere enorme
Klein annuisce.
«Molto più enorme di quanto un adulto possa immaginare. Nei primi anni il bambino non vede la madre come una persona separata da sé, con i suoi limiti, le sue paure, le sue giornate difficili. La vive come qualcuno da cui sembra dipendere il suo intero mondo.»
«Da lei arriva il nutrimento, ma anche l’attesa. La soddisfazione, ma anche la frustrazione», continua Winnicott.
«Esatto», dice Klein. «E proprio per questo il bambino può amare e provare rabbia verso la stessa persona. Il genitore diventa il luogo in cui si incontrano sentimenti opposti

Winnicott rimane qualche secondo in silenzio.
«Ma forse è qui che nasce una delle illusioni più dolorose per molti genitori: pensare che, per non ferire un figlio, dovrebbero riuscire a eliminare ogni mancanza: detto altrimenti, essere perfetti.»
Klein sorride appena.
«Come se l’assenza di ogni errore potesse garantire una crescita senza difficoltà.»
«E invece?» chiede Winnicott.
«Invece la crescita non nasce dall’incontro con qualcuno di perfetto», risponde Klein. «Nasce dall’incontro con qualcuno reale
Winnicott si avvicina alla finestra.
«È quello che ho cercato di descrivere parlando del volto della madre. Prima ancora dello specchio, il bambino cerca nello sguardo dell’altro una conferma della propria esistenza
«Ma questo significa che il genitore deve stare sempre bene? Deve sempre avere la risposta giusta?»
«No», dice Winnicott. «Significa che deve esserci abbastanza da permettere al bambino di sentirsi riconosciuto

Klein prende il suo quaderno degli appunti rimasto sulla scrivania.
«Allora forse la domanda non è: “Un genitore può evitare ogni errore?”»
Winnicott la guarda.
«Ma: “Che cosa accade dopo l’errore?”»

In quel momento si sente bussare alla porta.
I due si voltano.
La paziente appare sulla soglia.
«Mi dispiace tornare indietro, ho dimenticato il mio smartphone.»
Winnicott glielo porge.
«Eccolo.»

La donna lo prende, ma prima di uscire rimane ferma per qualche secondo.
«Posso chiedervi una cosa?»
Klein le fa un cenno.
«Certo.»
«Ho sentito una parte della vostra conversazione. Continuo a pensare che mia madre avrebbe dovuto essere diversa. Più presente, più sicura, più capace di capire quello che provavo. Ma allo stesso tempo mi chiedo: se un genitore non può essere perfetto, allora quanto può davvero influenzare un figlio
Klein la guarda.
«Molto. Perché per un bambino il genitore è il primo mondo che incontra. Ma influenzare non significa determinare ogni cosa.»
Winnicott aggiunge:
«Un figlio non è una fotografia scattata dal genitore. È una persona che cresce anche attraverso ciò che riceve e attraverso il modo in cui rielabora ciò che ha ricevuto.»

La donna abbassa lo sguardo.
«Quindi non devo scegliere tra dire “mia madre ha sbagliato” e “mia madre ha fatto tutto bene”?»
«Forse no», risponde Klein. «Le persone possono averci ferito in alcuni aspetti e averci amato in altri. La mente di un bambino fatica ad accettare questa complessità, ma la vita adulta ci chiede proprio questo.»

Winnicott sorride.
«E forse anche ai genitori serve ricordarlo. Non devono essere perfetti per essere importanti
«Devono però imparare a guardare il figlio per quello che è», aggiunge Klein.
«Non per quello che vorrebbero diventasse», conclude Winnicott.

La donna posa lo smartphone nella borsa e la stringe tra le mani.
«Forse è questo che ho cercato per tanto tempo: qualcuno che mi dicesse che potevo essere me stessa anche senza avere avuto un’infanzia perfetta.»
Klein annuisce.
«Forse è anche questo che ogni bambino cerca.»
Winnicott apre la porta.
«Di essere visto.»

La donna saluta ed esce.
Nello studio torna il silenzio.
Klein indossa il cappotto.
«Alla fine, forse, il vero contrario di un genitore imperfetto non è un genitore perfetto.»
Winnicott sorride.
«È un genitore che non riesce a vedere il proprio figlio oltre le proprie aspettative
Klein annuisce e, prima di andarsene, aggiunge.
«E un figlio cresce quando scopre di poter essere amato senza dover diventare qualcun altro.»

Genitori perfetti o imperfetti?

Forse la risposta non sta nello scegliere tra genitori perfetti e genitori imperfetti. Melanie Klein ci ricorda che, agli occhi del bambino, la figura materna e le prime relazioni hanno un’importanza enorme: il genitore diventa il primo punto attraverso cui il bambino interpreta ciò che accade dentro e fuori di sé. Donald Winnicott aggiunge una prospettiva altrettanto profonda: prima ancora di conoscere sé stesso, il bambino si scopre attraverso lo sguardo di chi si prende cura di lui.

Questo non significa che un genitore debba offrire sempre lo sguardo giusto, la parola giusta o la risposta perfetta, ma che una relazione autentica nasce dalla capacità di riconoscere l’altro, anche quando entrambi sono imperfetti. La paura di sbagliare accompagna molti genitori. Ma forse l’insegnamento più importante è proprio questo: non sono le imperfezioni a impedire a un bambino di crescere, quanto l’assenza di una relazione in cui possa sentirsi riconosciuto. Ed è qui che Klein e Winnicott si incontrano: nel ricordarci che il primo mondo di un figlio non è fatto soltanto di ciò che riceve, ma anche del modo in cui viene guardato mentre lo riceve.

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