Conosci qualcuno – un genitore, uno zio, un vicino, un amico di lunga data – che dopo la pensione sembra essersi spento? Non fisicamente, quello spesso succede. Ma qualcosa dentro si è chiuso. Si è ritirato nel salotto, dice “a me non interessa più niente di quello che succede”, sembra aver deciso che la vita attiva, quella in cui si partecipa al mondo, è finita insieme all’ultimo giorno di lavoro. Beppe Severgnini ha un nome preciso per quello che sta accadendo. E averlo nominato cambia il modo in cui lo si guarda.

Le due pensioni
“Molti anziani hanno due pensioni: quella che sostituisce lo stipendio e quella mentale, ovvero quella con cui si ritirano dal mondo.”
La battuta è tagliente e diagnostica. Severgnini non sta giudicando gli anziani in modo crudele: sta nominando qualcosa di preciso che accade e che di solito non viene chiamato con il suo nome. La pensione economica è necessaria, è un diritto guadagnato con anni di lavoro. La pensione mentale è una scelta, spesso inconsapevole, spesso progressiva, spesso mascherata da realismo.
Ci si ritira dalla politica perché “tanto non cambia niente”. Dalla cultura perché “non capisco più quello che fanno”. Dalla città perché “è diventata troppo caotica e rumorosa”. Dalla conversazione con i giovani perché “siamo su pianeti diversi”. Dal mondo in generale perché “tanto cosa ci posso fare io”. Ogni singolo ritiro sembra ragionevole e persino saggio preso da solo. Insieme, però, formano un isolamento progressivo e totale.
La pensione mentale è un errore gravissimo
“La pensione mentale di alcuni anziani è un errore gravissimo, perché così chiudono tutto e si ritirano sempre di più, se ne fregano del mondo… alla fine sta nel suo salotto e diventa un’ossessione.”
Severgnini usa la parola “gravissimo”. Non un piccolo difetto, non un’opzione tra le tante. Un errore grave, con conseguenze concrete. Perché quello che inizia come disinteresse per la politica diventa, nel tempo, disinteresse per tutto il resto.
La mente non tollera il vuoto: lo riempie con pensieri sempre più piccoli e sempre più autoreferenziali. E il salotto – quel luogo fisico del ritiro quotidiano – diventa non rifugio, ma prigione lenta. L’ossessione che cita Severgnini è quella di chi ha riempito tutto lo spazio mentale disponibile con se stesso e le proprie preoccupazioni, senza più niente che venga dall’esterno a sfidarlo o arricchirlo.
Il vero rischio dell’età
“Il vero rischio dell’età non è il corpo che invecchia, ma la mente che si spegne per scelta.”
Questa è la frase più importante e più lucida delle tre. Non il deterioramento fisico inevitabile, quello è naturale e nessuno lo può fermare del tutto. La scelta di spegnersi mentalmente. Di decidere, a un certo punto, che il mondo non ha più niente di nuovo da offrire. Quella non è vecchiaia: è resa anticipata. E a differenza del corpo, la mente può scegliere di non ritirarsi.
Rimani nel mondo
Non si tratta di fare cose straordinarie o di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Non si tratta di ricominciare a lavorare o di fingere che l’età non esista. Si tratta di qualcosa di più semplice e di molto più importante: continuare a essere presenti nel mondo, a interessarsi a quello che succede, a indignarsi per quello che non va, a stupirsi ancora per quello che è bello, a fare domande invece di fermarsi alle proprie risposte.
La pensione economica è un diritto guadagnato. La pensione mentale è una perdita, non solo personale, ma per tutti quelli che avrebbero beneficiato della tua esperienza, della tua prospettiva, della tua presenza nel mondo. E la cosa più importante è che si può scegliere di non prenderla, a qualsiasi età, a partire da oggi.
Beppe Severgnini è giornalista del Corriere della Sera, editorialista, autore di numerosi libri sull’Italia e sugli italiani, osservatore acuto della società con quella miscela rara di ironia leggera e serietà di fondo.
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