Hai mai avuto la sensazione di non essere ancora “tu”? Di essere come in attesa di diventare qualcosa che non sei ancora, che il vero te sia da qualche parte più avanti, in una versione migliore che si manifesterà quando le condizioni saranno più favorevoli? Quella sensazione è comune, e Jean-Paul Sartre avrebbe molto da dire su di essa. Sartre aveva una risposta precisa a quella sensazione di attesa. E non è consolatoria nel senso comune del termine. È qualcosa di molto più responsabilizzante e molto più vivo.

Siamo quello che progettiamo di essere
“L’uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è dunque niente altro che l’insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita.”
Non c’è un’essenza nascosta da scoprire. Non c’è un “vero te” che aspetta di emergere se le condizioni fossero giuste. Sei quello che fai. Sei il progetto che realizzi, o che non realizzi.
L’esistenza precede l’essenza
Sartre capovolgeva radicalmente il modo tradizionale di pensare all’identità umana. Di solito si pensa: ho una certa natura profonda, un certo carattere innato o forgiato nell’infanzia, e da lì derivano le mie azioni nel mondo. L’identità viene prima, le azioni vengono dopo.
Sartre dice il contrario con una chiarezza quasi brutale: non hai una natura preesistente che aspetta di manifestarsi. Non c’è un “vero te” che sta aspettando le condizioni giuste per emergere. Sei quello che scegli di fare, punto per punto, scelta per scelta, giorno per giorno. Prima esisti, poi ti definisci con le tue scelte concrete.
Questo è al tempo stesso liberatorio e spaventoso nel modo più reale. Liberatorio perché significa che non sei prigioniero definitivo di quello che sei stato o di come sei fatto. Spaventoso perché significa che non puoi scaricare la responsabilità su nessuno, né sulla natura, né sull’educazione ricevuta, né sulle circostanze esterne.
L’insieme dei tuoi atti
“Niente altro che l’insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita.” Questa è la frase più dura della sequenza. Non contano le intenzioni non realizzate, i progetti rimasti nel cassetto, le versioni di te che avresti voluto essere, ma che non hai costruito con azioni concrete.
Quello che sei è visibile, non a te stesso nel momento del bilancio interiore, dove puoi sempre invocare le intenzioni non realizzate e le circostanze sfavorevoli. Ma agli altri, con cui hai interagito o non hai interagito, e in un senso importante anche a te stesso nella pratica concreta della vita: sei quello che hai fatto. Non quello che avresti voluto fare. Non quello che avevi intenzione di fare. Quello che hai fatto davvero.
La libertà come responsabilità
Sartre non stava condannando nessuno, stava descrivendo la struttura della libertà umana. Se sei quello che fai, significa che sei sempre in grado di diventare qualcosa di diverso da quello che sei stato. Il passato non è un destino, è semplicemente quello che hai fatto finora. E il futuro è ancora aperto, ma si costruisce con azioni concrete, non con intenzioni.
Cosa stai progettando di essere?
La domanda di Sartre non è “chi sei?”, quella guarda indietro, all’identità già costruita, e spesso produce solo giustificazioni. È “cosa stai progettando di essere?”. Quella guarda avanti e chiama all’azione concreta.
La risposta onesta a questa domanda, fatta con regolarità e senza autoinganni, può essere una delle bussole più precise che esistano per orientare le scelte quotidiane. Non importa dove sei stato fino a ieri. Importa verso cosa stai costruendo il passo successivo con le scelte di oggi. Quello sei tu, non il passato, non le intenzioni dichiarate. Gli atti concreti.
Jean-Paul Sartre è stato filosofo francese, drammaturgo, autore di L’essere e il nulla e L’esistenzialismo è un umanismo, primo autore a rifiutare il Premio Nobel per la letteratura nel 1964 per non compromettersi con le istituzioni, uno dei padri fondatori dell’esistenzialismo come filosofia vissuta e non solo teorizzata.
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