Quasi tutti conoscono la poesia con cui si apre “Se questo è un uomo”, quella che chiede al lettore di “considerare” se un uomo ridotto a quello stato sia ancora un uomo. Pochissimi conoscono invece il momento in cui il libro risponde davvero a quella domanda, e non lo fa con un’altra frase ad effetto, ma con la scena più dimessa di tutto il libro: un uomo che si lava la faccia in acqua sporca, senza sapone, la mattina presto ad Auschwitz.

Perché lavarsi sembra, in quel momento, una follia
Primo Levi è appena arrivato nel campo. Vede un suo compagno di baracca, l’ex sergente Steinlauf, che ogni mattina si lava con cura in un’acqua gelida e sporca, sapendo benissimo che mezz’ora dopo sarà di nuovo coperto di carbone dalla testa ai piedi. A Primo Levi sembra un gesto insensato, quasi patetico: tempo ed energie sprecati in un posto dove entrambe le cose sono l’unica vera ricchezza rimasta. Glielo dice, e Steinlauf smette di lavarsi solo il tempo necessario per rispondergli.
La risposta che gli dà, e che Levi non dimenticherà mai
“…appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza…”
Non è un consiglio igienico travestito da lezione di vita. È l’esatto contrario di quello che sembrava: non tempo sprecato, ma l’unica cosa che a Steinlauf sembra ancora valere la pena difendere. Ma vediamo come si conclude la frase.
La parte della risposta che spiega tutto il resto
“…e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà.”
È qui che la scena smette di essere un aneddoto e diventa il vero cuore del libro. Steinlauf non sta parlando di igiene: sta dicendo a Levi che la dignità, quando ti hanno tolto tutto il resto, non si difende con un gesto eroico, ma restando fedeli a quei piccoli riti quotidiani che ti ricordano ancora chi eri prima.
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Perché questa scena, e non la poesia iniziale, è la vera chiave del libro
È proprio per questo che vale la pena fermarsi su questo episodio più che sulla poesia d’apertura, per quanto potente. La poesia chiede al lettore di giudicare da fuori. La scena con Steinlauf mostra invece cosa un uomo può ancora fare dall’interno di quella condizione, ed è un insegnamento che Levi capirà fino in fondo solo con il tempo, tanto da riprendere a lavarsi ogni giorno proprio grazie a quelle parole.
Un dettaglio sulla storia di questo libro che in pochi conoscono
C’è un motivo se ci è voluto tempo perché il mondo arrivasse a leggere questa scena con l’attenzione che merita. Primo Levi scrive “Se questo è un uomo” nel 1946, appena tornato da Auschwitz, quasi per necessità fisica prima ancora che letteraria. Il grande editore a cui lo propone, Einaudi, lo rifiuta. Esce nel 1947 per una piccola casa editrice, in appena 2.500 copie, e ne vende meno della metà: per oltre un decennio resta quasi ignorato. Solo nel 1958, quando Einaudi lo ripubblica, comincia a diventare il libro che conosciamo oggi.
Quando tutto sembra inutile, proprio allora
Non serve vivere una condizione disumana per capire quanto possa essere importante continuare a prendersi cura di sé. Basta attraversare un lutto, una malattia, una separazione o uno di quei periodi in cui la vita sembra aver perso improvvisamente il suo ordine e anche le piccole cose cominciano a sembrarci prive di significato.
È proprio in quei momenti che la lezione di Steinlauf può assumere un significato diverso e sorprendentemente attuale: continuare a lavarsi, vestirsi, pettinarsi, mettere in ordine una stanza o mantenere una piccola abitudine non cambia ciò che sta accadendo, ma può cambiare il modo in cui scegliamo di stare dentro ciò che accade. Non perché dobbiamo fingere che vada tutto bene, ma perché anche quando non possiamo controllare le circostanze, possiamo ancora provare a non lasciare che siano loro a decidere completamente chi siamo.
Un gesto quotidiano di cura può diventare così una piccola forma di resistenza, un modo per ricordare a noi stessi che esiste ancora una parte della nostra vita sulla quale possiamo esercitare una scelta.
Forse è proprio lì che ricominci a essere te stesso
Quando tutto crolla, può essere difficile riconoscersi nella persona che eravamo prima. Per questo custodire anche una sola abitudine, un gesto, una parola o un piccolo rituale può diventare un filo che ci collega a quella parte di noi che la difficoltà sembra aver cancellato. E anche raccontare ciò che stiamo vivendo può avere lo stesso significato: parlarne con qualcuno, scriverlo, oppure riuscire semplicemente a dirlo a noi stessi significa dare una forma a ciò che altrimenti rischierebbe di diventare soltanto dolore indistinto. Steinlauf non sapeva se sarebbe sopravvissuto. Non aveva la certezza che il giorno dopo sarebbe stato diverso da quello precedente. Sapeva soltanto che, finché poteva scegliere di lavarsi la faccia, poteva ancora compiere una scelta che apparteneva a lui. Ed è forse questa la parte più difficile e più potente della sua lezione: quando non puoi decidere ciò che ti accade, puoi ancora cercare di decidere, almeno in parte, chi vuoi essere mentre ti accade.
Frasi di Primo Levi
- “Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”
- “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.”
- “La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.”
- “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”
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