Primo Levi: nella storia e nella vita sembra esistere una legge feroce, a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto

Il 31 luglio 1919 nacque Primo Levi a Torino, scrittore, chimico, partigiano, sopravvissuto ad Auschwitz, autore di Se questo è un uomo, La tregua, Il sistema periodico e I sommersi e i salvati, uno dei testimoni più lucidi, più precisi e più necessari di tutto il Novecento. La sua scrittura ha una qualità rara: la doppia formazione scientifica e letteraria gli permetteva di osservare la realtà umana con la freddezza e la sistematicità del chimico che osserva una reazione, senza perdere nulla della capacità di sentire quello che osservava. Quell’unione ha prodotto una delle scritture più insostituibili del Novecento.

Il suo modo di guardare alla realtà – con la precisione analitica del chimico abituato a misurare e a classificare, e la capacità narrativa e umana dello scrittore che capisce cosa una storia deve fare – lo rendeva capace di vedere pattern e leggi là dove la maggior parte delle persone vedeva solo eventi particolari, solo circostanze, solo caso.

legge feroce

A chi sarà dato, a chi sarà tolto

“Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona ‘a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto’.”

La frase riprende un versetto evangelico e lo ribalta in descrizione sociologica. Non come prescrizione morale: come osservazione di quello che accade. Chi ha risorse, reti, potere, tende ad accumularne di più. Chi non ha, tende a perdere anche il poco che gli rimane.

Una legge, non un caso

Primo Levi usa la parola “legge” deliberatamente e con la precisione di un chimico che classificherebbe un fenomeno osservato in modo ripetuto. Non fortuna, non destino, non circostanze particolari: legge, nel senso di un meccanismo ricorrente, prevedibile, che non dipende dai casi specifici ma dalla struttura.

Quella scelta di parola è profondamente significativa: quello che si tende a spiegare come eccezione sfortunata, come caso isolato, come coincidenza senza pattern, è in realtà un meccanismo che si ripete con sufficiente costanza e regolarità da poter essere chiamato legge.

Levi l’aveva osservata nei campi di concentramento in condizioni di estrema chiarezza, dove tutto era ridotto all’essenziale e i meccanismi sociali erano visibili senza i veli che la normalità stende su di essi. La distribuzione di energie, di cibo, di possibilità di sopravvivenza seguiva quella logica feroce in modo quasi meccanico. Chi riusciva a conservare anche solo una piccola riserva di forza fisica e psicologica aveva più probabilità di conservarne ancora. Chi era già più debole, perdeva anche la residua capacità di resistenza.

Come ho detto in precedenza, Primo Levi applicava la precisione sistematica del chimico alle osservazioni sulla natura umana e sulla struttura della società. Questa frase non è un’accusa contro qualcuno, non è un lamento sull’ingiustizia del mondo: è una descrizione di un meccanismo. E le descrizioni precise di Primo Levi hanno sempre quella qualità rara di dire qualcosa di necessario nel modo più necessario possibile, senza ornamenti.

La ferocia della legge

“Feroce”: non ingiusta nel senso di sbagliata o corretta, non immorale nel senso di un agente che sceglie, ma feroce, nel senso di chi agisce senza pietà, senza distinguere tra chi meriterebbe di più e chi no. La ferocia è precisamente nell’indifferenza al merito individuale.

La legge che descrive Primo Levi non distribuisce secondo la logica della giustizia, del bisogno o del valore personale, bensì secondo la dinamica dell’accumulo, secondo la logica del capitale in senso molto ampio. Chi ha risorse, ne attira altre. Chi non ha, perde anche il poco che gli rimane.

Ancora attuale

Primo Levi stava scrivendo dell’esperienza del Novecento, delle strutture di potere e di oppressione che aveva osservato in modo estremo, ma la legge che descrive si riconosce con dolorosa facilità anche adesso, nella concentrazione della ricchezza in poche mani, nelle dinamiche di amplificazione delle reti sociali, nella distribuzione delle opportunità educative e professionali. Non perché il mondo non cambi, ma perché certi meccanismi strutturali sono molto più persistenti di quanto si vorrebbe.

Leggi anche: “La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia”: una frase di Gibran