C’è un argomento filosofico che dura da secoli sulla questione dell’anima degli animali: se esista qualcosa che si possa chiamare così, cosa significherebbe esattamente, come si possa dimostrare o negare, e quali conseguenze morali deriverebbe dalla risposta. Un argomento che ha coinvolto teologi, filosofi, scienziati e giuristi in modo molto serio e molto divergente nel corso dei secoli. Victor Hugo aveva su questa questione secolare la risposta più diretta, più pratica e forse più onesta che si possa dare: smettila di argomentare e guarda il cane negli occhi.

Fissa il tuo cane negli occhi
“Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare che gli animali non hanno un’anima.”
Non è un argomento filosofico nel senso tecnico del termine: non c’è sillogismo, non c’è premessa maggiore e premessa minore, non c’è deduzione. È qualcosa di diverso e di forse più onesto: un’invitazione all’esperienza diretta come forma di conoscenza.
Non si può leggere questo trattato sulla coscienza animale, non si può consultare quell’autorità filosofica o teologica, non si può risolvere la questione per via puramente logica e astratta. Si può solo fare una cosa: guardare. Guardare davvero, con attenzione, senza già sapere cosa si vuole trovare. E guardare davvero in modo aperto cambia qualcosa nella prospettiva in un modo che nessun argomento logico riesce a fare con la stessa efficacia.
Lo sguardo del cane
Il contatto visivo con un cane – specialmente con un cane che si conosce bene, che vive con te da anni, che ha imparato a leggere le tue espressioni forse meglio di quanto tu abbia imparato a leggere le sue – ha una qualità che è notoriamente difficile da descrivere con precisione concettuale ma molto facile da riconoscere nell’esperienza diretta.
C’è qualcosa lì che non è solo riflesso automatico, non è solo condizionamento operante, non è solo risposta a stimoli. C’è qualcosa che risponde in modo che sembra deliberato, che sente in modo che sembra autentico, che capisce in modo che sembra andare oltre quello che i sistemi neurologici dovrebbero permettere, almeno secondo le concezioni più riduttive della coscienza e della vita interiore animale.
La tradizione del negazionismo
Per secoli, la tradizione filosofica e teologica dominante in Occidente aveva sostenuto che gli animali non hanno anima, e quindi non soffrono nel senso pieno, non hanno vita interiore nel senso pieno, non meritano considerazione morale nel senso pieno. Cartesio aveva spinto questa posizione all’estremo, descrivendo gli animali come automi biologici. Victor Hugo non contrappone argomenti a questa tradizione: contrappone un’esperienza.
Cosa dice lo sguardo di un animale
Uno sguardo non è un argomento logico. Ma a volte un’esperienza diretta dice qualcosa che gli argomenti logici non riescono a dire. Non perché la logica sia sbagliata, ma perché certi fenomeni precedono le categorie concettuali. Lo sguardo del cane precede e supera le discussioni sull’anima.
Victor Hugo lo sapeva: era un difensore appassionato e coerente degli animali, convinto che la crudeltà verso di loro rivelasse qualcosa di molto importante e molto rivelatore sul carattere morale di chi la praticava, che non fosse separabile dalla questione della dignità umana in senso ampio.
Quella frase non è un argomento che si possa smontare logicamente: è una richiesta di onestà verso quello che l’esperienza diretta e non filtrata mostra a chiunque sia disposto a guardare davvero.
Victor Hugo è stato poeta, romanziere, drammaturgo, uomo politico francese, autore de I Miserabili, di Notre-Dame de Paris, dei Contemplations e di una produzione letteraria tra le più vaste e le più lette dell’intero Ottocento europeo. È stato una delle figure più centrali del Romanticismo europeo, combattente per l’abolizione della pena di morte e per i diritti degli ultimi, qualcuno che credeva profondamente nella dignità di ogni essere vivente.
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