Ammaniti: “Ogni famiglia ha segreti ed è mostruosa a modo suo”, l’omertà vuole che le cose brutte non si raccontino

C’è qualcosa che nella tua famiglia non si dice? Qualcosa che tutti sanno, ma nessuno nomina, qualcosa che è lì come una presenza silenziosa e pesante a ogni cena di famiglia, a ogni riunione di festività, a ogni momento in cui la conversazione si avvicina troppo a certi argomenti e qualcuno cambia abilmente discorso? Niccolò Ammaniti ha costruito tutta la sua narrativa intorno a quello che le famiglie non dicono e non osano nominare. Il segreto, il taciuto, l’omertà domestica: è lì che si nasconde la sua materia narrativa.

Ogni famiglia ha segreti

Ogni famiglia ha i suoi segreti

“Ogni famiglia ha segreti ed è mostruosa a modo suo. L’omertà familiare vuole che le cose brutte non si raccontino.”

La parola “mostruosa” è forte, e nel contesto è scelta con precisione narrativa. Non “complicata”, non “imperfetta”, non “disfunzionale” come direbbe uno psicologo. Mostruosa: come qualcosa che ha in sé qualcosa di oscuro, di nascosto, di non completamente umano nel senso dell’ideale familiare che ci viene raccontato. E Ammaniti dice “ogni famiglia”: non alcune, non quelle difficili, non le eccezioni. Tutte. Quella universalità è già, di per sé, qualcosa di cui tener conto.

Il segreto come struttura familiare

Il segreto non è un’eccezione nella vita familiare, mq è quasi una struttura portante, anche quando non la si riconosce come tale. Le famiglie funzionano in parte grazie a quello che non si dice, a quello che si lascia nell’ombra per preservare un equilibrio che tutti, implicitamente, hanno accettato di proteggere. Ci sono argomenti che non si toccano, storie che non si raccontano ai figli, verità che si preservano non per malvolere, ma per paura che nominarle le renda più reali.

Niccolò Ammaniti – che nella sua narrativa va sempre a cercare quello che si nasconde esattamente sotto la superficie più quotidiana e rassicurante – sa che il segreto familiare non è necessariamente una scelta consapevole. Spesso è un accordo implicito, mai discusso, mai dichiarato esplicitamente tra i membri: queste cose non si dicono, e punto. I bambini lo capiscono prima ancora di saper leggere.

Ho scritto il mio libro sul lutto (E mia madre cantava) esattamente per rompere questa logica. C’erano cose legate alla morte di mio padre che “non si dicevano”, o che si dicevano solo in certi modi, con certe parole che non graffiavano troppo. Scrivere ha significato nominare quello che stava nel silenzio. Non per indiscrezione: per onestà.

L’omertà non è sempre cattiveria

“Omertà familiare” è un termine forte, che rimanda alla cultura del silenzio organizzato, al tacere come codice d’onore distorto. Ma Ammaniti lo usa in senso molto più ampio e molto più quotidiano di quello che potrebbe sembrare. L’omertà familiare è spesso fatta di affetto mal indirizzato: non si dice per non fare del male, non si racconta ai figli per proteggerli, non si nomina per non riaprire ferite che sembrano chiuse. Le intenzioni sono buone. Gli effetti meno.

Il problema è che il silenzio non guarisce le ferite che copre. Spesso le conserva intatte, nell’oscurità, e le trasmette alle generazioni successive senza che nessuno le abbia mai elaborate consapevolmente.

La mostruosità come normalità

Quello che Niccolò Ammaniti fa con questa frase è normalizzare la mostruosità, non nel senso di renderla accettabile o di giustificarla, ma nel senso di renderla universale. Se ogni famiglia ha segreti, se ogni famiglia è mostruosa a modo suo, allora la propria non è l’eccezione vergognosa da nascondere a tutti i costi. È la regola umana. È la forma normale che prendono le persone che vivono insieme abbastanza a lungo.

Quella normalizzazione ha un effetto paradossale: proprio perché toglie il senso di unicità della propria “mostruosità”, permette di guardarla con un po’ meno di paura e forse di cominciare a parlarne.

Niccolò Ammaniti è uno scrittore romano, autore de Io non ho paura, Come Dio comanda, Che la festa cominci e del nuovo romanzo Il custode uscito nel 2026 per Einaudi, una delle voci più originali e più amate della narrativa italiana contemporanea, capace di trovare il dramma e il grottesco sotto la superficie del quotidiano come pochi altri.

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