Platone: possiamo perdonare a un bambino la paura del buio, ma la vera tragedia è l’uomo con paura della luce

Quando senti una cosa vera, invece di avvicinarti ti allontani? Ti capita che un’idea ti disturbi non perché sia sbagliata, ma perché se fosse giusta cambierebbe qualcosa che preferiresti non cambiare? Quante volte hai evitato una conversazione, un libro, un pensiero, non per mancanza di interesse, ma per un disagio sottile che assomigliava alla resistenza? Platone aveva trovato un’immagine che descrive questa tendenza con una chiarezza e una precisione che non smettono di colpire.

paura della luce

La paura del buio e la paura della luce

“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.”

La paura del buio – l’ignoranza, l’incertezza, il non sapere – è comprensibile e in qualche misura inevitabile in tutti gli esseri umani, soprattutto nei bambini. Il buio spaventa perché non si vede, perché non si sa cosa contiene, perché qualsiasi cosa potrebbe esserci nascosta dentro. Quella paura nei bambini è naturale e comprensibile: non hanno ancora sviluppato gli strumenti emotivi e cognitivi per stare con l’ignoto in modo sereno.

La paura della luce è un’altra cosa completamente diversa, ed è questa che Platone trova tragica. La luce illumina, mostra le cose come stanno effettivamente, rende visibile quello che era nascosto o che si teneva nell’ombra per convenienza, porta chiarezza dove c’era confusione o ambiguità. Avere paura di essa significa, in qualche modo profondo, aver scelto di preferire il buio alla verità.

Cosa significa avere paura della luce

Avere paura della luce può significare molte cose molto concrete e riconoscibili nella vita quotidiana. Evitare una conversazione difficile perché si teme cosa potrebbe emergere se si dice davvero quello che si pensa. Resistere a un’idea nuova non perché sia logicamente sbagliata, ma perché se fosse giusta imporrebbe un cambiamento scomodo in qualcosa che si preferisce tenere fermo. Non guardare certi aspetti di se stessi perché vederli con chiarezza richiederebbe di fare qualcosa di difficile. Non leggere certi libri, non incontrare certi pensieri, non entrare in certi discorsi che potrebbero portare dove non si vuole arrivare.

Non è codardia nel senso morale più comune del termine, ma spesso è una difesa inconscia che si è costruita nel tempo, strato dopo strato, senza che si sia mai deciso esplicitamente di costruirla.

Perché la luce fa paura

La luce rivela. Quello che era nascosto nel buio – anche i propri limiti, le proprie contraddizioni, le proprie paure – diventa visibile. E il visibile richiede risposta. Il nascosto permette di non rispondere.

Chi vive nel buio può raccontarsi che le cose sono in un certo modo, che certe verità non esistono, che certi cambiamenti non sono necessari. La luce toglie quella possibilità.

L’invito di Platone

Non si tratta di cercare la luce come forma di masochismo intellettuale o di autoindulgenza nel disagio. Non tutto quello che fa male è necessariamente illuminante, e il dolore non è di per sé un valore.

Si tratta di riconoscere, quando si sente quella resistenza specifica alla verità, che forse lì c’è qualcosa che vale la pena guardare più da vicino. Quella resistenza specifica – diversa dalla sana critica, diversa dal dubbio costruttivo che porta a fare domande migliori – è spesso il segnale che la luce sta arrivando da qualche parte che si preferisce tenere al buio.

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