Osvaldo Poli e la sua tecnica del selfie: metti tuo figlio di fronte a se stesso e la verità lavorerà di notte

Quante volte hai cercato di far ragionare tuo figlio, e hai avuto l’impressione di parlare a un muro di cemento? Hai spiegato, hai argomentato, hai anche alzato la voce. Lui è rimasto fermo nella sua posizione come se non avesse sentito niente. E tu ti sei ritrovato esausto, frustrato, convinto che non ci sia niente da fare. Osvaldo Poli – pedagogista, formatore, autore di libri molto letti sulla famiglia e sull’educazione – ha una tecnica precisa per questi momenti. E funziona in modo completamente controintuitivo rispetto a quello che ci viene spontaneo fare. La chiave non è dire di più, non è argomentare meglio, non è spiegare con più calma o con più autorità. È smettere di mandargli le tue foto. Inizia a fargli dei selfie, e poi lascia che la verità lavori da sola.

Osvaldo Poli e la sua tecnica del selfie

La frase sui selfie di Osvaldo Poli

“Il dialogo di confronto è fatto di 3 passi: consapevolezza, giudizio, decisione. La tecnica è quella di fargli dei selfie, non di continuare a mandargli le nostre foto.”

La metafora è precisa e molto efficace. Quando parliamo ai figli portando le nostre opinioni, le nostre preoccupazioni, i nostri “io al posto tuo avrei fatto così”, i nostri esempi di come andrebbero le cose, stiamo mandando le nostre foto. Le ha già tutte. Ne ha il telefono talmente pieno che ha smesso anche di guardarle.

Quello che non sa ancora fare, quello che nessuno gli ha insegnato o che forse ha perso strada facendo, è guardarsi da fuori con la stessa lucidità con cui guarda gli altri. Ed è esattamente lì – in quello spazio di auto-osservazione onesta – che può cominciare il vero cambiamento.

Passo 1.  La consapevolezza: il selfie

“Fargli dei selfie significa metterlo di fronte a se stesso, alla sua verità, a quello che pensa davvero: ‘Secondo me il TUO ragionamento…'”

Osvaldo Poli propone un esempio concreto: un figlio che dice “il primo quadrimestre non conta, mi impegno a maggio e sarò promosso.” Invece di controbattere, il genitore può dire (imitando quello che direbbe il figlio in maniera più dettagliata): “Il primo quadrimestre non conta niente, è il voto finale che importa. Quindi mi impegno l’ultimo mese come ho sempre fatto e vedrai che sarò promosso. È così o non è così?” Il figlio prova a dire: no. E il genitore chiede: “E da cosa si dovrebbe capire che tu la pensi diversamente?”

Se fa silenzio, hai vinto. E soprattutto, ha vinto lui. Perché si è appena detto la verità da solo.

Passo 2.  Il giudizio: far parlare la coscienza

“Se io ti dicessi ‘Bravo, è così che si fa! Si studia verso maggio’, tu cosa penseresti di me?”

Non serve aspettare che risponda. Quello che conta è quello che pensa. E Osvaldo Poli lo sa: la verità non lavora di giorno, sotto pressione. La verità lavora di notte, in silenzio, quando nessuno guarda. Un figlio che si è detto da solo che il suo ragionamento non regge – anche se non lo ammetterà mai a voce alta – ci lavora sopra da solo. Spesso arriva a conclusioni che nessun discorso avrebbe potuto produrre.

Passo 3. La decisione: aprire la porta

“Dunque cosa pensi di fare? Continuare così o fai qualcosa di diverso?”

Osvaldo Poli dice di non aspettare nemmeno la risposta, perché si vede già. Ma la domanda va fatta lo stesso. Perché apre uno spazio in cui il figlio può scegliere, invece di sentirsi dire cosa fare. E la scelta – anche quella difficile – ha una forza diversa quando senti che è tua.

Prova questa sera

La prossima volta che tuo figlio ti porta un ragionamento che chiaramente non regge, invece di smontarlo con le tue argomentazioni, prova a rispecchiarglielo. Riformulalo con le sue stesse parole, senza il tuo giudizio: “Quindi, se capisco bene, tu stai dicendo che…” E poi stai in silenzio. Non riempire quello spazio. Lascia che la verità lavori da sola, anche di notte se è necessario.

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