C’è una narrazione molto diffusa sulla salute mentale, sulla crescita personale e sull’autonomia emotiva che suona così: prima devi stare bene con te stesso, poi puoi stare bene con gli altri. Prima raggiungi un certo livello di stabilità interiore, poi puoi permetterti le relazioni. Prima completa il lavoro su di te, poi esci nel mondo. Pierfrancesco Favino smonta questa narrazione con una forza e una chiarezza che lasciano poco spazio all’equivoco.

Contro la natura dell’uomo
“Viviamo in un mondo che ti spinge sempre di più a pensare che tu devi star bene da solo, e questa è una cosa contraria proprio alla natura dell’uomo.”
Pierfrancesco Favino parte da un dato biologico ed evolutivo che raramente si inserisce in questo tipo di discorso: l’essere umano non è fatto per stare da solo. Non come debolezza da superare con un po’ di lavoro su se stessi, non come fase di transizione da attraversare prima di essere pronti, ma come struttura fondamentale di quello che siamo a livello neurologico e relazionale.
La specie che ha vinto sull’evoluzione non era quella più autosufficiente e più indipendente; era quella più capace di cooperare, di dipendere dagli altri in modo reciproco e sostenibile, di costruire reti di sostegno che permettevano di fare insieme quello che da soli era impossibile.
L’ideale contemporaneo dell’individuo autosufficiente e bastante a se stesso è recente, culturalmente molto specifico, e probabilmente sbagliato nel senso profondo della parola, non perché sia impossibile funzionare da soli, ma perché funzionare da soli non è fiorire. È sopravvivere.
Su questo tema, su frasicelebri.it abbiamo già esplorato la frase di Daniela Lucangeli: “l’emozione che nascondiamo di più è la solitudine, siamo una specie socievole che ha paura dell’altro”. Favino arriva alla stessa verità da un’angolatura diversa: non la psicologia, ma l’esperienza vissuta di chi fa un mestiere in cui la relazione con l’altro è letteralmente il lavoro.
La miseria spacciata per ricchezza
“Ci fanno credere che prima di stare bene con un’altra persona dobbiamo star bene con noi stessi, ma io se non sto con un’altra persona non so chi sono, come faccio a stare bene? Quella è la letteratura di una miseria che ci viene raccontata come se fosse una ricchezza.”
Questa è la parte più densa e più difficile da digerire per chi ha interiorizzato il discorso sull’autonomia. Favino non sta dicendo che l’autoconoscenza non serve, ma sta smontando l’idea che sia un prerequisito alla relazione, che ci sia una sequenza obbligata.
“Se non sto con un’altra persona non so chi sono”: l’identità non si costruisce in isolamento e poi si porta nelle relazioni già formata e pronta. Si costruisce attraverso l’incontro, nella frizione e nel riconoscimento reciproco. Il sé che si conosce solo da solo è un sé parziale, incompleto, che non ha ancora trovato molti dei suoi bordi più significativi.
La “miseria spacciata per ricchezza” è un’immagine potente che vale la pena tenere: quello che la cultura contemporanea vende come autonomia, come indipendenza emotiva, come guarigione dai bisogni relazionali, è in realtà una forma di impoverimento mascherata da traguardo. Isolarsi nella propria autosufficienza non è crescita. È una perdita travestita da progresso.
Il coraggio di avere bisogno
Quello che Favino sta difendendo — anche se non lo dice esplicitamente con queste parole – è il diritto ad avere bisogno degli altri senza che questo debba significare una mancanza di sé. Avere bisogno degli altri non è debolezza da correggere. È la condizione normale e sana di chi è umano, e chi non la riconosce o la nasconde sotto un discorso di autosufficienza non è più libero: è più solo, in modo più presentabile.
Pierfrancesco Savino è un attore straordinariamente versatile, una delle personalità più rispettate e più ammirate del cinema e del teatro italiano degli ultimi trent’anni, qualcuno che con il lavoro quotidiano sul personaggio, sulla voce, sul corpo e soprattutto sulla relazione scenica con l’altro ha riflettuto molto profondamente su cosa significhi essere umani insieme.
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