Non ti liberi delle cose evitandole, ma solo attraversandole: un aforisma di Cesare Pavese

Quante cose stai rimandando in questo momento? Una conversazione difficile che sai di dover fare, ma continui a spostare. Un pensiero che preferisci non finire, perché quando arrivi alla fine fa male. Una situazione che cerchi di tenere ai margini della tua attenzione, nella periferia della consapevolezza, perché ogni volta che ci avvicini qualcosa si stringe. Cesare Pavese aveva su questo una frase breve e precisa che non lascia molto spazio all’autoinganno.

aforisma di Cesare Pavese

Come ci libera dalle cose secondo Cesare Pavese

“Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.”

Non è un’affermazione confortante, ma un’osservazione meccanica, quasi clinica. Non funziona così: non esiste la via laterale che ti porta dall’altra parte senza passare in mezzo. Esistono solo due strade: attraversare o continuare a girare intorno.

Il meccanismo dell’evitamento

L’evitamento ha una logica seducente che in superficie sembra quasi saggia. Se non ci penso adesso, non fa male adesso. Se non ne parlo con nessuno, non diventa reale nel modo in cui lo diventa quando lo dici ad alta voce. Se non ci torno sopra, forse col tempo si dissolve da solo — come certe cose fanno, in effetti. Quella logica funziona nel breve termine, ed è per questo che è così difficile da smettere: riduce il dolore immediato, abbassa l’ansia del momento, permette di funzionare.

Il problema è nel lungo termine, e non è piccolo. Le cose che si evitano non scompaiono: si spostano. Si spostano nei sogni notturni, nelle reazioni sproporzionate a situazioni che non le meritano, nella tensione cronica che si porta senza sapere bene da dove viene e perché non se ne va. Continuano a esistere, solo in un posto meno accessibile e molto meno controllabile.

Cosa significa “attraversare”

Attraversare non significa necessariamente fare la cosa difficile all’istante, nel modo più duro possibile. Significa non fuggire dalla direzione in cui punta il problema, affrontarlo, in qualsiasi forma sia possibile farlo adesso.

A volte attraversare è una conversazione. A volte è semplicemente restare seduti con il pensiero, invece di alzarsi e fare qualcosa per distrarsi. Il comune denominatore è il movimento verso, non lontano.

Pavese e il coraggio di guardare

Pavese era uno scrittore che sapeva guardare le cose difficili in faccia – il dolore, la solitudine strutturale, la delusione che arriva quando ci si aspettava qualcosa che non è venuto – con una lucidità che a volte fa quasi male da leggere, come quando si tocca qualcosa che fa ancora male anche se credevi di averlo lasciato andare.

I suoi diari e i suoi romanzi sono pieni di questo sguardo diretto su quello che si vorrebbe non vedere, su quello che si tende a girare intorno e a cui lui tornava invece con ostinazione.

Quella lucidità non lo ha reso immune dal dolore, non funziona così. Ma lo ha reso uno scrittore capace di dire cose vere che resistono al tempo perché descrivono qualcosa di meccanico e di universale. E questa frase è tra quelle.

La promessa implicita

C’è qualcosa di implicito in questa frase, che vale la pena nominare: se attraversando si arriva dall’altra parte, allora il passaggio ha una fine. L’attraversamento, per quanto difficile, è temporaneo. L’evitamento, invece, non ha una fine, perché la cosa evitata continua ad aspettare.

Cesare Pavese è stato scrittore, poeta, traduttore torinese, fondatore con Giulio Einaudi della casa editrice che porta quel nome, autore di La luna e i falò, Il mestiere di vivere e Paesi tuoi, una delle voci più intense, più lucide e più malinconiche della letteratura italiana del Novecento, qualcuno che ha guardato le cose difficili in faccia con una coerenza rara.

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