Lasciare andare i figli fa male, ma bisogna amarli imparando a mettersi da parte: dialogo tra N. Ginzburg ed E. Morante

Era un pomeriggio di quelle giornate in cui nulla di urgente accade, ma tutto sembra pesare lo stesso. Natalia Ginzburg era seduta a un tavolo con una tazza di tè freddo davanti, come se si fosse dimenticata di berlo. Scriveva, o forse ci pensava soltanto: la differenza, per lei, era poca.

Elsa Morante entrò senza bussare, come faceva sempre. Si guardò intorno, spostò una pila di libri da una sedia e si sedette senza chiedere permesso. Anche questo, come sempre.

«Stavo pensando ai figli» disse Natalia Ginzburg, senza preamboli.

«Anch’io,» disse Elsa Morante. «Come al solito.»

Non avevano bisogno di spiegare molto. Erano due donne che avevano scritto di madri, di figli, di famiglie, non come sfondo, ma come il centro esatto di tutto. E sapevano entrambe che sull’amore per i figli le persone dicono sempre le cose giuste, ma poi di notte non dormono per tutt’altri motivi.

Lasciare andare i figli fa male

Amare i figli significa tenerli vicini o lasciarli andare?

«Io credo,» disse Natalia, «che il problema non sia quanto amiamo i nostri figli. È come lo facciamo.»

«Cosa intendi?»

«Intendo che molti madri genitori amano i figli come se fossero una loro proprietà. Come se il compito fosse tenerli al sicuro, vicini, dentro un recinto che chiamano famiglia. E poi si svegliano un giorno e i figli se ne sono andati, e non capiscono perché.»

Elsa la guardò. «E tu dici che bisogna lasciarli andare.»

«Dico che bisogna lasciarli essere. Che non è la stessa cosa.»

Pensate a una madre che chiama il figlio ogni giorno quando va all’università. All’inizio è premura. Poi diventa abitudine. Poi, senza che nessuno se ne accorga, diventa una catena: leggera, invisibile, ma sempre lì. Il figlio risponde, perché la ama. Ma risponde anche perché non sa come smettere. E la madre chiama, perché lo ama. Ma chiama anche perché senza quella telefonata non sa bene chi è.

Natalia avrebbe detto: questo non è amore. O meglio: è amore, ma è amore che non riesce a fare il passo più difficile. Che è lasciare andare.

«Lasciare andare,» disse Elsa, con una voce che non era esattamente fredda, ma quasi. «Dici una cosa bellissima. Facile da scrivere.»

«Lo so che è difficile.»

«No,» disse Elsa, «non è difficile. È impossibile. O almeno, è impossibile farlo senza un dolore che non passa.» Si alzò, andò verso la finestra. «Io non credo che l’amore per un figlio sia qualcosa che si può tenere a bada con la ragione. Non è un sentimento ordinato. È qualcosa che ti prende tutta, fin dall’inizio. Dal primo momento in cui li tieni in braccio – o anche prima – sai già che non tornerai mai più quella persona che eri. E non puoi fare finta che non sia così.»

«Non ho mai detto di fare finta,» rispose Natalia, con calma.

«No. Ma hai detto “lasciare andare” come se fosse una scelta serena. Come se si potesse decidere di farlo con grazia, un bel mattino, e poi andare avanti.»

Pensate a quando un figlio adolescente smette di raccontarvi le cose. Un giorno parlava, il giorno dopo no. Si chiude in camera, risponde a monosillabi, esce senza spiegare dove va. E voi state lì, fuori dalla porta, e non sapete se bussare o aspettare. Se preoccuparvi o fidarvi. Se chiamarlo o lasciarlo stare.

Elsa avrebbe detto: quel dolore lì – quella porta chiusa – non è un problema da risolvere. È parte del legame. È il prezzo dell’amore totale. Non si supera: si porta.

Natalia avrebbe detto: sì, fa male. Ma quella porta chiusa è anche la prima volta che tuo figlio ti sta dicendo chi è, senza di te. E devi avere il coraggio di aspettare fuori.

«Io non dico che non fa male,» disse Natalia. «Dico che il dolore non è una prova che stai sbagliando. A volte è la prova che stai facendo la cosa giusta

Elsa si voltò: «E come si distinguono?»

«Non sempre si può. Ma ci si prova.»

«Bel conforto.»

Natalia sorrise leggermente: «Non ho mai promesso conforto. Ho promesso onestà.»

«Senti,» disse Elsa, tornando a sedersi, «io non dico che i figli vanno trattenuti. Non sono stupida. So benissimo che crescono, che devono andare, che è giusto così.» Si fermò un istante. «Ma c’è una cosa che mi dà fastidio in questa storia del “lasciare andare”. Come se fosse sempre colpa dei genitori. Come se ogni problema di un figlio adulto venisse da una madre che ha stretto troppo. E allora tutti a dire: devi lasciarli liberi, non devi soffocarli, devi fare un passo indietro.»

«E non è vero?»

«È vero a metà. Perché dall’altra parte c’è anche questo: i figli hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno che li ama in modo totale, senza condizioni, senza misura. Qualcuno che non li ama “ragionevolmente”. E quella cosa lì – quell’amore senza misura – non è una malattia. È una delle poche cose che tengono in piedi le persone quando tutto il resto crolla.»

Natalia rimase in silenzio. Poi disse, piano: «Hai ragione. L’amore senza misura esiste, e serve. Ma deve sapere anche quando farsi da parte. Non scomparire: farsi da parte. C’è differenza.»

«Quanta?»

«Tanta. Farsi da parte significa: ci sono, ma non occupo tutto lo spazio. Significa che mio figlio sa dove trovarmi, ma non si sente in colpa se non mi cerca ogni giorno. Significa che lo amo abbastanza da non aver bisogno che lui lo dimostri continuamente.»

Elsa la guardò a lungo. «È una forma di amore molto difficile.»

«Sì,» disse Natalia. «È la più difficile.»

Il pomeriggio stava finendo. La tazza di tè era ancora lì, sempre fredda.

«Allora,» disse Elsa, «come si fa?»

Natalia ci pensò un momento. «Si comincia da piccoli. Non a lasciare andare i figli, si lascia andare l’idea che siano un’estensione di noi. Che i loro successi siano i nostri successi. Che i loro fallimenti siano i nostri fallimenti. Che la loro felicità dipenda da noi, o la nostra da loro.»

«Facile a dirsi.»

«Facilissimo. Difficilissimo a farsi. Ma si può imparare.»

Uscirono insieme, senza aver risolto nulla, e forse era esattamente quello il punto.

Perché amare i figli non è un problema con una soluzione. È una tensione che dura tutta la vita: tra il volerli vicini e il saperli lontani, tra il proteggerli e il lasciarli sbagliare, tra l’amore totale di cui parla Elsa Morante e la libertà necessaria di cui parla Natalia Ginzburg.

E forse non si tratta di scegliere tra le due cose. Si tratta di tenerle insieme, anche quando fanno a pugni.

La prossima volta che senti il bisogno di chiamare tuo figlio per la terza volta in un giorno – o che senti il bisogno di non farlo, anche se ti manca – forse la domanda giusta non è: sto facendo la cosa giusta? La domanda è: sto amando in modo che lui possa anche farne a meno, quando ne ha bisogno?

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