Dialogo tra filosofi: il senso della vita va trovato o costruito? Viktor Frankl vs Albert Camus

Era una sera di quelle in cui anche i divanetti di un bar sembrano stanchi. Viktor Frankl si era seduto con calma, le mani sulle ginocchia, lo sguardo di chi ha visto cose che preferirebbe non ricordare ma che, in qualche modo, gli hanno insegnato tutto.

Albert Camus arrivò dopo, con una sigaretta accesa e l’aria di chi non si fida troppo dei bar, delle sere tranquille, e soprattutto delle risposte facili.

«Allora,» disse Camus, sedendosi, «mi hanno detto che lei ha scritto un libro sul senso della vita

«Esatto,» rispose Frankl. «E lei ne ha scritto uno per dire che la vita non ha senso.»

«Più o meno.»

«Bene,» disse Frankl, sorridendo. «Allora abbiamo molto di cui parlare.»

Viktor Frankl vs Albert Camus

Il senso della vita va trovato o costruito?

«Partiamo da qui,» disse Camus. «Lei dice che il senso si “scopre”. Come se fosse nascosto da qualche parte. Sotto un sasso, magari.»

«Più o meno sì,» rispose Frankl. «Solo che il sasso è la vita stessa. E sotto, ogni volta, c’è qualcosa diverso.»

«E se sotto non c’è niente?»

«Non è mai successo. Nemmeno nei posti peggiori.»

Camus alzò un sopracciglio. Sapeva a cosa si riferiva: i campi di concentramento. Frankl ci era stato. Aveva visto persone perdere tutto: la casa, la famiglia, il nome stesso, sostituito da un numero. E aveva notato una cosa strana: chi riusciva a tenere duro non era chi aveva più forza fisica, ma chi aveva un motivo. Una persona da rivedere. Un libro da finire di scrivere. Anche solo un ricordo da custodire.

«Quindi lei dice,» riprese Camus, «che basta trovare “un motivo” e tutto si risolve?»

«Non si risolve niente. Ma si resiste.»

«Vede,» disse Camus, «io parto da un punto diverso. Io dico: guardiamo le cose come stanno davvero. L’universo non ci deve niente. Non ci ha promesso un senso. Possiamo cercarlo per tutta la vita e non trovarlo, perché semplicemente non c’è, non è scritto da nessuna parte.»

«E allora?»

«E allora la domanda giusta non è “qual è il senso della vita”, ma “cosa faccio, ora che so che non c’è?”»

Frankl lo guardò, interessato. «E la risposta?»

«La risposta è: lo costruisco io. Decido io cosa conta. Nessuno me lo regala, ma nessuno può nemmeno togliermelo, perché non esisteva prima di me, e quindi non può essere portato via.»

Pensa a quando qualcuno ti chiede: “Ma tu, nella vita, cosa vuoi fare?” Tante persone restano bloccate da quella domanda, come se da qualche parte esistesse già la risposta giusta, e bastasse trovarla. Camus direbbe: non c’è nessuna risposta scritta da qualche parte ad aspettarvi. La risposta la inventi tu, ogni giorno, con quello che scegli di fare.

Frankl, invece, direbbe: sì, è vero che nessuno ti dà la risposta pronta. Ma non significa che devi inventarla dal nulla, come se partissi da un foglio bianco. La vita stessa – le persone che incontri, le difficoltà che affronti, anche il dolore – ti parla. E se impari ad ascoltarla, qualcosa emerge. Non lo crei tu da zero: lo scopri, dentro le cose che già ti succedono.

«Mi faccia un esempio concreto,» disse Camus. «Uno vero, non da libro.»

Frankl ci pensò un attimo. «Una persona che perde il lavoro. Tutti i giorni, in tutto il mondo. E può viverla in due modi. Il primo: “La mia vita non ha più senso, ero solo quello”. Il secondo: “Ok, questa parte è finita. Cosa mi resta? La mia famiglia, le mie capacità, il tempo che ho davanti.” La situazione è identica. Cambia solo cosa la persona trova dentro quella situazione.»

«Bene,» disse Camus, «ma quel “cosa mi resta”, chi lo decide? La situazione, o la persona?»

Frankl rimase in silenzio un istante.

«La persona,» ammise.

«E allora,» disse Camus, sorridendo per la prima volta, «non l’ha trovato. L’ha scelto.»

«Va bene,» disse Frankl. «Le faccio un esempio io, allora. Una persona si sveglia una mattina e decide: “Da oggi do un senso alla mia vita aiutando gli altri.” Bellissimo. Ma da dove le viene questa idea? Non l’ha inventata dal nulla, guardando il soffitto. Le viene da qualcosa che ha vissuto, da qualcuno che ha incontrato, da un bisogno che ha visto e che l’ha toccata. La scelta è sua, certo. Ma il materiale della scelta viene da fuori. Lei lo chiama “costruire”. Io lo chiamo “rispondere a qualcosa che la vita le ha messo davanti”.»

Camus restò in silenzio, la sigaretta quasi finita.

«Forse,» disse alla fine, «è solo una questione di dove si mette l’accento.»

«Forse,» rispose Frankl. «Ma a volte è proprio l’accento che cambia tutto.»

Il sole era quasi tramontato. Nessuno dei due si era convinto dell’altro, ma nessuno dei due sembrava infastidito da questo.

«Posso dirle una cosa?» chiese Camus.

«Prego.»

«Anche se non sono d’accordo con lei… il modo in cui ha vissuto quello che ha vissuto, e ne ha tirato fuori qualcosa… quello mi sembra comunque un atto di ribellione. Esattamente come direi io.»

Frankl sorrise. «E forse anche lei, scegliendo ogni giorno cosa fare nonostante “il niente”… sta scoprendo qualcosa. Solo che non lo chiama così.»

Si alzarono insieme, senza fretta.

Perché forse la verità è questa: che il senso della vita non è un oggetto da trovare in un cassetto, già pronto e con l’etichetta. Ma non è nemmeno un disegno completamente libero, che puoi fare come ti pare, su un foglio vuoto.

È più simile a un mosaico: i pezzi – gli incontri, le difficoltà, le persone che ami, le cose che ti succedono senza che tu le abbia scelte – quelli te li dà la vita. Ma come li metti insieme, quello, lo decidi tu.

Forse la prossima volta che ti chiedi “qual è il senso di tutto questo”, la domanda giusta non è cercare una risposta già scritta da qualche parte. È guardare cosa hai davanti, e decidere cosa farne.