Tuo figlio ha sbagliato strada, ha fatto scelte che non avresti voluto per lui, sta attraversando una fase difficile e tu ti senti in colpa. Ti chiedi dove hai sbagliato, cosa avresti potuto fare diversamente, se è colpa tua che sia così. Passi notti a rimuginare su quello che potevi dire e non hai detto, su quello che hai fatto e forse non dovevi fare. Osvaldo Poli – psicologo, psicoterapeuta e autore di libri come Genitori forti e Avere fiducia in sé e negli altri – ha una risposta diretta. E non è quella che ti aspetti: non ti dirà cosa fare di più. Ti dirà cosa smettere di portare.

1. Il tuo impegno conta, l’esito non ti appartiene
“Noi dobbiamo fare tutto quanto è necessario per aiutare i figli a capire dove e come si devono migliorare, ma l’esito non ci appartiene.”
Questa distinzione – tra quello che fai tu come genitore e quello che decide liberamente tuo figlio – è la chiave di tutto il ragionamento di Osvaldo Poli. Puoi impegnarti, accompagnare, correggere, essere presente in ogni modo possibile. Ma non puoi decidere al posto di tuo figlio. Non è una tua mancanza: è la sua libertà. E se pensi di poterlo fare – se credi di avere così tanto potere sui risultati della vita di un’altra persona – stai sopravvalutando la tua influenza in modo che finisce per farti del male.
2. L’illusione dell’onnipotenza genitoriale
“Che i nostri figli diventino o meno migliori, dipende parzialmente dai nostri sforzi, dai nostri insegnamenti o dalle nostre pressioni educative, perché se ci intestiamo l’esito, ricadiamo nel presupposto del senso di colpa.”
“Parzialmente”: quella parola è fondamentale e va letta con attenzione. Non “completamente”, non “per lo più”. Parzialmente. Il resto dipende dal carattere del figlio, dalle sue scelte, dalle sue relazioni, dalle sue esperienze fuori dalla famiglia, da incontri che il genitore non controllerà mai, dal caso. Un genitore che si intestasse l’esito della vita del figlio non solo si farebbe del male, farebbe anche del male al figlio, trattandolo come un oggetto da plasmare invece che come una persona con la propria libertà e la propria responsabilità.
3. Educare è creare il desiderio, non garantire il risultato
“Aiutare i figli è creare le condizioni perché a loro venga voglia di diventare una persona migliore, e questo accade nella misura in cui ce lo permetteranno.”
Questa è la frase più liberatoria delle quattro. Non “costruire” figli migliori, ma creare le condizioni perché vogliano diventarlo da soli. La differenza è enorme: nel primo caso il genitore è l’artefice di un risultato, nel secondo è un facilitatore che crea un ambiente. E la libertà del figlio di accogliere o rifiutare quelle condizioni è parte del rispetto per la sua persona. Un figlio che migliora perché lo ha voluto lui vale molto di più di uno che migliora perché è stato costretto.
4. Liberarsi del senso di colpa non è arrendersi
Osvaldo Poli chiarisce che liberarsi dal senso di colpa non significa smettere di impegnarsi, significa fare la propria parte con piena responsabilità senza scivolare nell’illusione del controllo totale. Il genitore che si libera dalla colpa non diventa indifferente o distante: diventa più efficace, più presente, più utile. Perché agisce da un posto di chiarezza invece che di ansia. Perché aiuta senza soffocare. Perché lascia spazio al figlio di sbagliare e imparare, invece di correre in anticipo a togliere ogni ostacolo.
Cosa fare adesso
Se ti riconosci in questa situazione – se stai portando il peso degli errori di tuo figlio come fossero tuoi – Osvaldo Poli suggerisce una domanda semplice: cosa dipende da me e cosa no? Fare quella distinzione non è una resa. È il primo atto di una genitorialità più chiara, più efficace, più rispettosa della libertà del figlio. Puoi dare tutto quello che hai. Puoi impegnarti fino in fondo. L’esito rimane suo, e questo non è una sconfitta, è il rispetto della sua libertà.
Chi è Osvaldo Poli
Osvaldo Poli è psicologo, psicoterapeuta e autore di libri che sono diventati riferimenti per molti genitori: Genitori forti, Smettere di farsi le storie, Avere fiducia in sé e negli altri. Il suo stile è riconoscibile: dice cose difficili con chiarezza e una punta di ironia, senza giudicare chi ha paura di sbagliare. La sua tesi centrale è che i genitori di oggi tendono a caricarsi di responsabilità eccessive, e che quella sovraccaricarsi nuoce sia a loro che ai figli.
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