Tuo figlio era piccolo e dormiva nel lettone, e stavi sveglia ad ascoltare il suo respiro nel buio, contando i secondi tra un respiro e l’altro. Poi è cresciuto e non stavi più sveglia per il respiro: stavi sveglia per i ritardi, per i messaggi senza risposta che rimanevano in sospeso per ore, per le uscite che duravano più del previsto senza che arrivasse un segnale. L’ansia non è sparita nel corso degli anni: si è trasformata, si è adattata alla fase, ha trovato nuove forme e nuovi oggetti su cui concentrarsi. Alberto Pellai ha su questo qualcosa di preciso e di genuinamente liberatorio da dire.

L’ansia dei genitori
“Quando un figlio cresce, cresce anche l’ansia dei genitori: è un fenomeno naturale, non un segnale d’allarme.”
La distinzione che Alberto Pellai fa è fondamentale: naturale, non patologico. L’ansia che si sente quando il figlio affronta le prime grandi sfide della vita – le amicizie complesse, le delusioni, i rischi nuovi che si aprono con l’adolescenza, la distanza crescente da casa – non è il segnale che qualcosa non va nel genitore o nel figlio, non richiede una terapia d’urgenza. È la risposta naturale e proporzionata di chi ama profondamente qualcuno che sta diventando sempre più indipendente, quindi sempre meno controllabile, quindi sempre più esposto a quello che si vorrebbe proteggere.
Perché l’ansia cresce con il figlio
Quando il figlio è piccolo, i rischi sono più gestibili nella percezione del genitore: si vede dov’è fisicamente, si sa con chi sta, si conosce l’ambiente, si può intervenire in modo diretto se qualcosa non va. Man mano che cresce, il perimetro della sua vita si allarga in modo inevitabile. I rischi diventano meno visibili e meno immediati, le situazioni meno controllabili, le persone con cui sta meno conoscibili. L’ansia cresce proporzionalmente perché cresce lo spazio che si trova fuori dal controllo diretto del genitore, e crescere è esattamente questo: uscire progressivamente dal perimetro.
Ricordo il momento preciso in cui mio figlio ha cominciato a uscire da solo nel quartiere. Quella prima ora di assenza è stata fisicamente pesante in un modo che non mi aspettavo. Pellai dice che è normale. Non che non esista: che è parte del processo, di entrambi.
Non è un segnale d’allarme
Questa è la parte più liberatoria. L’ansia genitoriale tende a essere vissuta come un problema, come qualcosa che indica che si è troppo ansiosi, che si sta sbagliando qualcosa, che bisogna “lavorarci”. Pellai dice qualcosa di più semplice: è normale. Non richiede di sparire, non richiede di essere curata. Richiede di essere riconosciuta per quello che è – la misura dell’amore che si ha per qualcuno che sta diventando autonomo – e poi di non usarla come strumento per limitare quella autonomia.
La differenza tra sentire l’ansia e agire sull’ansia
Il punto preciso di Pellai non è che i genitori debbano smettere di sentire l’ansia, quella è una richiesta impossibile e inutile. È che non debbano agire su di essa come se fosse informazione affidabile sul figlio e sulla sua situazione reale.
L’ansia che si sente quando il figlio è fuori non dice che il figlio sia in pericolo; dice che si ama il figlio in modo profondo e che non si è completamente in controllo di quello che gli succede. Quella è informazione sul genitore e sulla relazione, non sul figlio e sul suo grado di rischio. Tenerle distinte – sentire l’ansia senza proiettarla sul figlio come dato oggettivo — è uno dei lavori più difficili e più importanti di tutta la genitorialità avanzata.
Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore universitario, autore di numerosi libri sulla genitorialità e sull’adolescenza che sono tra i più venduti in Italia nel settore dell’educazione. Lavora da anni con famiglie e adolescenti in modo molto concreto ed è una delle voci più credibili, più competenti e più ascoltate sul tema dell’educazione e della crescita.
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