Qualcuno arriva a cinquant’anni e guarda quello che ha costruito – il lavoro che ha, la casa in cui abita, le relazioni che lo circondano, l’immagine pubblica che ha costruito nel tempo – e sente qualcosa che non riesce bene a nominare. Non è infelicità esplicita con un nome e una causa. Non è un fallimento riconoscibile che si possa mostrare agli altri come spiegazione. È qualcosa di più sottile e più difficile da gestire: la sensazione che tutto quello che c’è, per quanto funzionante e rispettabile, non sia davvero suo. Non lo rappresenti nel modo in cui avrebbe dovuto o voluto. Fabio Volo ha trovato per questo momento di vita molto specifico una descrizione molto precisa e molto accessibile.

Quello che hai costruito non ti rappresenta
“C’è un periodo della vita in cui tu costruisci, poi arrivi intorno ai cinquant’anni, hai costruito tutto, non sei comunque felice e ti accorgi che quello che hai costruito non ti rappresenta nemmeno.”
Questa è la diagnosi: non morale, non di fallimento, ma descrittiva di uno stato. Non “hai sbagliato qualcosa di preciso che si può correggere”, ma “quello che hai costruito nel corso di anni di lavoro, di scelte e di rinunce non sei tu nel modo più essenziale”.
Una vita può essere oggettivamente ben costruita in tutti i parametri esterni visibili – stabile, rispettata dagli altri, socialmente funzionante, economicamente solida – e non corrispondere a chi si è nel profondo, a quello che si sarebbe voluto o che si sente di essere davvero. Quella discrepanza è silenziosa per anni, qualche volta per decenni. Si impara a convivere con essa, a coprirla, a non nominarla. E poi, a cinquant’anni, diventa impossibile continuare a ignorarla.
Penso a quante persone vivono questa sensazione senza avere le parole per nominarla. Fabio Volo le dà le parole, e questo è già qualcosa. Nominare un malessere non lo risolve, ma lo rende meno opprimente di quando si porta dentro senza poterlo descrivere a nessuno.
Stanchi di mentire
“Si entra in crisi quando una parte profonda di noi è stanca di mentire, di dover mettere una maschera per poter stare nella propria famiglia, nella società o al lavoro.”
La parola “mentire” qui non significa ingannare deliberatamente gli altri. Significa non essere se stessi: presentare una versione di sé che risponde alle aspettative, che funziona nel contesto, che permette di essere accettati. Quella versione può essere molto capace, molto rispettabile, molto efficace. E può non avere quasi nulla a che fare con chi si è davvero.
La maschera che non regge più
“La crisi arriva quando ti accorgi che hai costruito una vita, hai un lavoro, una casa, ma non sei tu. Quindi o hai il coraggio di ricostruirti daccapo oppure di rimetterti una maschera, ma a quel punto, quando una volta hai visto il volto, la maschera non regge più.”
Questa è la parte più difficile e più vera di tutta la riflessione di Fabio Volo. Una volta che si è visto il volto – una volta che si è riconosciuta con chiarezza la discrepanza tra quello che si mostra al mondo e quello che si è davvero – non si può fare come se non si fosse visto. Non si può tornare indietro all’ignoranza comoda di prima. La maschera che reggeva prima non regge più nella stessa misura. Non perché sia cambiata fisicamente, ma perché si è diventati consapevoli di portarla, e quella consapevolezza pesa.
Quello è il punto di non ritorno che Volo descrive senza scorciatoie consolatorie: o si ha il coraggio di ricostruire da capo, con tutto quello che comporta, o si continua con la maschera sapendo di portarla. E la seconda opzione è strutturalmente molto più pesante della prima.
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