C’è una domanda che quasi tutti rimandano il più a lungo possibile: “Sono sulla strada giusta?” Non quella geografica: quella della vita. Il lavoro, la relazione, il posto in cui vivi, le scelte che hai fatto o non fatto. Susanna Tamaro – scrittrice triestina, autrice di Va’ dove ti porta il cuore – ha scritto sull’infelicità con una franchezza rara. Non ti consola. Ti chiede di guardare in faccia quello che già sai.

1. La strada sbagliata
“Gran parte dell’infelicità dipende dalla strada sbagliata.”
Poche parole per quello che molti passano anni a non dire. Non tutta l’infelicità, Susanna Tamaro non è così ingenua. Ma gran parte. Quella parte che non dipende dagli imprevisti, dagli altri, dalla sfortuna. Quella parte che dipende da scelte fatte o non fatte, da percorsi scelti per comodità o per paura o per compiacere qualcun altro.
La frase è scomoda perché implica responsabilità. Se gran parte dell’infelicità dipende dalla strada, significa che quella strada si può – almeno in parte – cambiare. Non è consolatoria: è una chiamata all’azione. O almeno alla consapevolezza.
2. La vita come bersaglio, non come corsa
“La vita non è una corsa ma un tiro al bersaglio: non è il risparmio del tempo che conta, bensì la capacità di trovare un centro.”
Questa frase ha tutto quello che serve per capire la prima. L’infelicità da strada sbagliata nasce spesso dalla confusione tra velocità e direzione. Si corre – ci si agita, si ottimizza, si fa – senza mai fermarsi a chiedersi: verso cosa? Qual è il centro? Cosa conta davvero per me?
Il tiro al bersaglio richiede tempo, silenzio, concentrazione. Richiede di capire prima dove vuoi colpire. Chi si limita a correre senza bersaglio arriva, ma da quale parte? E quella è una delle forme più precise di infelicità.
3. Il cuore come bussola
“Va’ dove ti porta il cuore.”
È il titolo del suo libro più famoso, che è diventato una frase amata da milioni di persone e che non è un invito romantico e sentimentale. È un’istruzione operativa.
Non si tratta di una citazione separata, ma della sintesi di tutta la sua opera: il cuore – inteso come la parte più profonda e più autentica di sé – sa dove andare. Il problema è che spesso si tende a non ascoltarlo. Si ascoltano la ragione, le aspettative degli altri, il senso del dovere, la paura. E si finisce sulla strada sbagliata.
Non è un invito all’irrazionalità: è un invito all’onestà interiore. Prima di scegliere una strada, chiediti se è davvero quella che vuoi tu, non quella che vorresti che gli altri vedessero che hai scelto.
Come si capisce se si è sulla strada sbagliata
Non esiste un test. Ma ci sono segnali che Susanna Tamaro descrive bene in tutta la sua opera: la sensazione costante che ci sia qualcosa di incompiuto, che si stia aspettando che la vita “cominci davvero”, che quello che si fa non corrisponda a chi si è. Non è insoddisfazione passeggera; è quella sensazione di fondo, come un rumore basso e continuo, che qualcosa non torna.
Il problema è che spesso si risponde a questo segnale aumentando il ritmo, lavorando di più, distraendosi meglio, riempiendo il calendario. Susanna Tamaro direbbe: è inutile. Il rumore basso non si copre con più rumore. Si affronta fermandosi e chiedendosi onestamente: è questa la strada che voglio?
Il coraggio di cambiare rotta
La cosa più difficile non è riconoscere la strada sbagliata. È accettare che cambiarla ha un costo: di tempo, di energia, di relazioni che potrebbero non seguirti. Susanna Tamaro non minimizza questo costo. Ma nelle sue pagine dice anche che il costo di non cambiare è ancora più alto: è vivere una vita che non è tua.
Perché Susanna Tamaro parla con questa chiarezza
Susanna Tamaro è nata a Trieste nel 1957 e ha avuto una vita segnata da difficoltà familiari, solitudine, anni di fatica prima del successo letterario. Va’ dove ti porta il cuore, pubblicato nel 1994, è il libro in cui una nonna scrive a una nipote di scelte di vita, di rimpianti, di quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto. È autobiografico in senso emotivo, non letterale. Ed è per questo che quelle parole arrivano: non sono la saggezza di chi ha sempre avuto ragione. Sono la saggezza di chi ha pagato il prezzo di non ascoltarsi.
La sua frase sull’infelicità non è un giudizio: è il riconoscimento di un meccanismo che quasi tutti conoscono. E riconoscerlo – anche solo questo – è già qualcosa.
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