Quante volte hai sentito dire che i giovani di oggi hanno bisogno di più durezza, più disciplina, più confini netti imposti con fermezza? Quante volte hai pensato – o ti hanno convinto – che il problema dei figli fragili sia la mancanza di bastone, di severità, di una bella dose di realtà? Massimo Recalcati dice che quella diagnosi è sbagliata. E dice qualcosa di molto più scomodo: il problema non è che i genitori siano troppo morbidi. Il problema è che spesso non mostrano ai figli una vita desiderante. Una vita accesa. Una vita in cui valga la pena stare. Non lo spiegano, non lo vivono. E i figli, che non ascoltano le prediche ma guardano tutto, lo vedono benissimo.

Non funziona più così
“Molti psicologi miei colleghi ritengono che il deficit fondamentale del discorso educativo oggi sia il carattere smidollato dei genitori. Dicono che dovete tirar fuori il bastone e dovete menare e far vedere ai vostri figli che la vita è dura. Non funziona più così. Non può più funzionare così davvero.”
Recalcati non nega che i figli abbiano bisogno di limiti chiari e di una struttura solida, lo sostiene esplicitamente altrove. Nega che il bastone produca quello che promette. In un mondo saturo di stimoli, dove tutto è accessibile e spesso poco significativo, la durezza imposta dall’alto senza senso non forma il carattere: o indurisce senza cura, producendo distanza e resistenza, o si frantuma contro l’indifferenza totale di chi non sa più cosa valga la pena di essere sfidato.
Il bastone può funzionare quando c’è già qualcosa di vivo su cui fare leva. Quando quella cosa non c’è, il bastone colpisce il vuoto.
Mostrare con la propria vita
“L’atteggiamento è un altro: ti faccio vedere con la mia vita che il non tutto – non posso avere tutto, essere tutto, sapere tutto, godere di tutto – per me è la condizione per rendere la mia vita viva, accesa, capace di desiderio.”
Questa è la frase più difficile di tutta la sequenza, non per capirla, ma per viverla davvero. Non si tratta di spiegare ai figli il valore della rinuncia. Si tratta di mostrarla incarnata nella propria vita quotidiana. Tutti i giorni. Senza discorsi.
Un genitore che desidera qualcosa di concreto, che ha una passione riconoscibile, che vive con quella tensione interna e luminosa che si chiama desiderio, trasmette qualcosa che nessuna predica educativa può trasmettere. Trasmette il modello incarnato di come si sta al mondo in modo vivo, non solo come si sopravvive.
Il “non tutto” di Recalcati è paradossalmente liberatorio. Non puoi avere tutto, essere tutto, godere di tutto, e questa non è una povertà, è la condizione strutturale dell’esistenza umana. Ed è proprio quella limitazione, accettata consapevolmente invece di essere subita con risentimento, a tenere vivo il desiderio. È la legge fondamentale dell’eros: l’onnipotenza lo spegne, perché non lascia più niente da desiderare. Il limite lo accende, perché apre la distanza tra dove sei e dove vuoi essere. E quella distanza è il luogo in cui il desiderio vive.
La vera prevenzione è il fuoco del desiderio
“Qual è la vera prevenzione? Quando dei genitori possono dire: mio figlio torna alle due, alle tre, ma torna, non si accoltella, non ruba, non si droga fino a stordirsi. Che cosa mi dà questa certezza? Il fatto che desidera qualcosa. Che ha una passione propria. La vera prevenzione è trasmettere al figlio la forza viva, il fuoco del desiderio.”
Un figlio che desidera qualcosa di concreto e personale – una musica, uno sport, un’amicizia profonda, un progetto, una passione qualsiasi – ha qualcosa a cui tornare ogni giorno, qualcosa che lo tiene orientato anche quando la vita è difficile. Non ha bisogno di stordirsi, perché ha già qualcosa che lo accende. La vera prevenzione non è il controllo dell’orario di rientro o la severità del tono: è quella fiamma del desiderio che tiene la vita viva.
E quella fiamma si accende per contagio. Dai genitori che la portano viva nella propria vita, visibilmente. Non da quelli che la esigono dai figli senza mostrarla prima su se stessi.
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