Gratteri: il potere non vuole un popolo libero, l’Italia non investe in istruzione perché un popolo dotto si arrabbia

Hai mai avuto la sensazione che certe cose non cambino mai, indipendentemente da chi vince le elezioni? Che certe strutture restino immobili sotto la superficie, qualunque sia il nome di chi siede al tavolo? Hai mai pensato che il sistema scolastico italiano – con le sue risorse cronicamente insufficienti, i suoi insegnanti sottopagati, i suoi edifici fatiscenti – non sia il risultato di una distrazione, ma di una scelta? Nicola Gratteri ha passato la vita a guardare il potere da dentro, nei suoi meccanismi più profondi e più oscuri. Quello che dice in queste frasi non è una teoria politica astratta: è l’osservazione di un uomo che ha visto con i propri occhi come funziona davvero il sistema. È scomodo da leggere. Ed è esattamente per questo che vale la pena leggerlo fino in fondo.

popolo libero

Il potere e il popolo dipendente

“Il potere, qualunque esso sia, non vuole un popolo libero, vuole un popolo dipendente, che stia sempre con la mano tesa, perché il popolo deve stare buono, come ai tempi di Nerone.”

Nota le due parole più importanti: “qualunque esso sia”. Gratteri non sta parlando di un governo specifico, non sta attaccando una parte politica contro un’altra. Sta parlando del potere come struttura, come logica sistemica che tende a riprodursi con una coerenza quasi meccanica, indipendentemente dalle persone che lo esercitano, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate, indipendentemente dal colore della bandiera.

Un popolo dipendente – che attende il sussidio, che ha bisogno del favore, che non può fare a meno della protezione di qualcuno sopra di lui – è un popolo che non disturba. Che non si organizza. Che non chiede conto.

Il riferimento a Nerone non è retorico: è storicamente preciso. La formula del “panem et circenses” – pane e giochi, sussistenza e distrazione – è vecchia quanto il potere stesso. Giovenale la descrisse nell’antica Roma quasi duemila anni fa. Gratteri dice che è ancora operativa. Oggi.

Perché l’Italia non investe in istruzione

“Siamo tra i paesi più ignoranti del mondo occidentale. Perché l’Italia non investe in istruzione? Perché investire in istruzione vuol dire un popolo informato, un popolo dotto.”

Gratteri non usa la parola “ignoranti” come provocazione fine a se stessa. La usa come dato verificabile, e i dati gli danno ragione. I risultati italiani nelle indagini OCSE sulle competenze degli adulti, sull’alfabetizzazione funzionale, sulle capacità matematiche e linguistiche, sono tra i più bassi dell’Europa occidentale. Non è un caso isolato, non è una congiuntura sfavorevole. È una costante che si ripete da decenni.

E quella costante, sostiene Gratteri, ha cause concrete. Il mancato investimento reale nell’istruzione pubblica di qualità non è il risultato di una distrazione o di una mancanza di fondi. È il risultato di una logica precisa, quella stessa logica del potere che non vuole un popolo libero.

Il popolo dotto si arrabbia

“Il popolo dotto non ride davanti alle barzellette, si arrabbia. E quando il popolo si arrabbia, il potere ha paura.”

Questa è la frase più politicamente acuta delle tre, e la più diretta. L’istruzione vera -quella che forma il pensiero critico, non solo le competenze tecniche – produce qualcosa che i numeri dell’economia non riescono a catturare: produce cittadini capaci di arrabbiarsi per le ragioni giuste.

Un popolo che legge, che comprende quello che sente, che sa distinguere tra informazione e propaganda, smette progressivamente di essere gestibile attraverso semplificazioni, paure diffuse e promesse generiche. Quella capacità di rabbia informata e orientata è quello che il potere strutturalmente teme di più. Non la rabbia cieca e istintiva, quella anzi fa comodo, perché si disperde nel caos. Ma la rabbia fondata sulla comprensione: quella è pericolosa, perché sa dove guardare e cosa chiedere.

La relazione tra ignoranza e obbedienza non è nuova. L’hanno teorizzata Tocqueville, Gramsci, Hannah Arendt, ciascuno con il proprio linguaggio e la propria prospettiva. Gratteri la porta nel presente italiano con la precisione di chi non l’ha studiata sui libri, ma l’ha vista operare dall’interno, nelle radici del potere criminale, nei territori dove l’assenza di cultura critica non è una statistica ma una condizione di vita concreta.

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