I figli sono estranei, non appendici, accoglieteli anche se voi non siete stati accolti: 3 frasi di Gabriella Tupini

E se il dolore più grande per un genitore nascesse proprio da un’illusione? Quella di credere che un figlio, prima o poi, finirà per somigliargli davvero: negli ideali, nelle scelte, nel modo di stare al mondo. Eppure, come emerge in 3 frasi di Gabriella Tupini, un figlio non è mai una prosecuzione del genitore, ma qualcuno di radicalmente altro. Può accadere di vederlo crescere e accorgersi che prende direzioni impreviste, che diventa una persona autonoma e in parte sconosciuta. Sei pronto a questa verità?

frasi di Gabriella Tupini

1. “Tuo figlio non ti appartiene”: la verità che mette in crisi ogni genitore

Un figlio non è un’estensione dei genitori, ma qualcosa di radicalmente altro:

“Il figlio è un estraneo, non è una nostra appendice.”

Gabriella Tupini suggerisce che i figli non sono copie dei genitori, un loro prolungamento, ma persone autonome, che crescono seguendo traiettorie imprevedibili.

Si incrina così una delle illusioni più radicate: quella del controllo. Molti genitori cercano nei figli un riflesso di sé, come se la somiglianza bastasse a garantire una continuità interiore. Basta osservare la vita reale per capirlo: un figlio può, ad esempio, crescere in una famiglia in cui lo sport è tutto e scegliere invece l’arte, oppure rifiutare valori considerati fondamentali dai genitori e costruire convinzioni completamente diverse. Non è una rottura, è identità.

Accogliere un figlio significa anche rinunciare all’idea di usarlo come specchio delle proprie aspettative: ogni volta che si pretende somiglianza, si rischia di non vedere più la persona che si ha davanti.

2. Tuo figlio potrebbe non avere nulla di te: ed è questo che fa paura

C’è un’idea che molti genitori non ammettono nemmeno a sé stessi: non stanno crescendo una persona, stanno spesso tentando di “confermare” un’idea. L’idea che un figlio, prima o poi, diventi una versione riconoscibile, rassicurante, in qualche modo allineata. Ma arriva con forza il messaggio di Gabriella Tupini:

“I figli possono somigliarci fisicamente e a volte neanche quello, ma non moralmente.”

Il problema è che i figli non hanno ricevuto il copione, e allora succede qualcosa di inevitabile: il genitore diventa il più improvvisato degli interpreti. Forse, prima di iniziare in imprese impossibili, i genitori dovrebbero capre che non è il figlio a essere incomprensibile, è l’aspettativa a essere sbagliata.

Molti genitori non si accorgono di una cosa banale: stanno crescendo qualcuno che non è stato progettato per confermarli o per restituire un’immagine coerente della famiglia. E qui nasce il cortocircuito, perché se il figlio non ricalca l’idea iniziale, viene percepito come qualcosa da correggere. Ma correggere cosa, esattamente? Una persona o un’aspettativa?

La verità è che spesso non si tollera la differenza, si tollera solo la somiglianza mascherata. Anzi, la differenza fa male perché non era prevista, perché si ha paura. Finché il figlio resta vicino all’immagine mentale, è “sé stesso”; quando se ne allontana, diventa “altro”.

Essere genitori, allora, non è affatto un ruolo rassicurante e si deve essere pronti a sopportare il fatto che qualcuno cresca senza chiedere il permesso di restare coerente con quella valigia piena di aspettative e idee di lui.

3. Tuo figlio sarà qualcuno che non puoi prevedere

Tiriamo le somme insieme a Gabriella Tupini:

“Quando fate un figlio non saprete mai cosa uscirà fuori, dovete aspettare che cresca, sorvegliarlo e guardarlo attentamente per capire chi è questo estraneo. Può essere molto diverso da voi e voi dovete accoglierlo così com’è.”

Il punto interessante è che Gabriella Tupini parla di un gigantesco errore di partenza: si immagina che ci sia qualcosa da “prevedere”. Come se un figlio fosse una versione beta di un programma, ancora non caricata e in fase di elaborazione. Proprio a partire da questo punto si ricercano delle somiglianze: un gesto, un’espressione della bocca o degli occhi, un’abitudine. Ogni dettaglio diventa una specie di conferma rassicurante: “ok, qualcosa di nostro c’è”. Peccato che non sia un puzzle da ricostruire a furia di segni – il più delle volte immaginati.

Un figlio non prosegue il progetto, ma ne inizia uno suo: a volte qualcosa di riconoscibile, a volte no, spesso qualcosa che non rientra proprio nelle categorie iniziali. Ebbene, caro genitore alle prime armi e non, adesso è ora della lezione finale: impara che c’è solo tuo figlio, ovvero qualcuno che non ha il compito di somigliare all’idea da cui sei partito, ma che ti sorprenderà ogni giorno, per tutto il tempo che la vita ti concederà con lui.

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