Una frase di Umberto Galimberti sul confronto generazionale: dire “ai miei tempi” a figli e nipoti chiude il dialogo

Umberto Galimberti è uno dei filosofi italiani che non risparmia nessuno quando parla di educazione e di relazione tra generazioni. Le sue parole hanno spesso il carattere di uno schiaffo gentile: non insultano, ma costringono a fare i conti con qualcosa che si preferiva non vedere. La frase che ha dedicato al confronto generazionale è una di quelle che, una volta sentita, è difficile ignorare, soprattutto se si è genitori.

dire ai miei tempi a figli e nipoti

Perché quella frase risuona come un’accusa

“Non dite ai ragazzi ‘ai miei tempi’, perché i vostri tempi erano molto più fortunati dei loro.”

Quasi tutti, prima o poi, l’hanno detto. O l’hanno sentito dire dai propri genitori, e l’hanno ripetuto a loro volta ai figli. “Ai miei tempi si studiava davvero.” “Ai miei tempi si usciva di casa con mille lire e si trovava lavoro.” “Ai miei tempi non ci si lamentava tanto.” È una frase che nasce – almeno in apparenza – da un posto buono: l’intenzione di trasmettere valori come la resilienza, il sacrificio, la capacità di fare con poco. Ma Umberto Galimberti smonta questa intenzione con una precisione che lascia poco spazio alla difesa: quei tempi non erano migliori perché le persone erano più forti. Erano migliori perché le condizioni erano oggettivamente più favorevoli.

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Cosa si dimentica quando si dice “ai miei tempi”

Quello che le generazioni adulte tendono a dimenticare – o a non voler ricordare – è il contesto in cui sono cresciute. Un mercato del lavoro che assorbiva chi si diplomava o si laureava. Una casa che si poteva acquistare con uno stipendio da impiegato. Un futuro che, anche quando non era brillante, aveva una forma riconoscibile.

Non si trattava di qualità personale, di carattere, di quella durezza che si attribuisce a se stessi con una certa soddisfazione retrospettiva: si trattava di circostanze storiche che rendevano più percorribili certi cammini. La forza di volontà c’era, probabilmente. Ma aveva dalla sua un contesto che la sosteneva.

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Come appare il futuro agli occhi dei giovani di oggi

I ragazzi di oggi si trovano di fronte a qualcosa di strutturalmente diverso. Non è pessimismo, non è debolezza, non è mancanza di ambizione: è una realtà che Galimberti descrive con una lucidità che fa quasi male. In uno dei suoi interventi ha detto:

“Io sono convinto che oggi i ragazzi bevono, e bevono tanto, non per il piacere… Si anestetizzano dallo sguardo nei confronti del futuro.”

Il consumo di sostanze tra i giovani, secondo questa lettura, non è un capriccio o un cedimento morale: è una risposta – sbagliata, ma comprensibile – a un’ansia reale di fronte a prospettive concrete di precarietà. Il problema non è che i ragazzi non vogliano farcela. Il problema è che “farcela” ha cambiato forma, e nessuno glielo ha detto in modo onesto.

Perché il confronto generazionale fa più danno che bene

Dire “ai miei tempi” non è solo storicamente impreciso: è educativamente controproducente. Comunica ai ragazzi che la loro difficoltà è un difetto di carattere, non una risposta a condizioni oggettive. Li invita a confrontarsi con un modello – quello del genitore che “ce l’ha fatta” – costruito su basi che non esistono più. E, soprattutto, chiude il dialogo invece di aprirlo: chi sente quella frase smette di spiegare la propria situazione, perché sente già in anticipo che non verrà capita.

Galimberti chiude alcune delle sue riflessioni su questo tema con una domanda che vale come provocazione:

“Li conosciamo questi ragazzi qui?”

Non nel senso di sapere dove vanno la sera o cosa fanno sul telefono. Nel senso di conoscere davvero il mondo che stanno abitando, le pressioni che sentono, le domande a cui non sanno rispondere.

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Come cambiare prospettiva senza rinunciare a trasmettere valori

Tutto questo non significa che i valori non vadano trasmessi, né che i genitori debbano smettere di essere un punto di riferimento. Significa che il modo in cui si trasmettono fa la differenza. Invece di usare la propria esperienza come metro di giudizio, si può usarla come punto di partenza per una conversazione autentica: “Io ho vissuto questo, tu stai vivendo quest’altro: cosa ti serve davvero?”

Ascoltare prima di consigliare. Riconoscere che il mondo è cambiato, senza per questo rinunciare a stare accanto. La sfida che Galimberti lancia agli adulti non è facile: richiede di mettere da parte una certa immagine di sé per vedere davvero chi si ha di fronte. Ma è l’unico modo per smettere di parlare ai ragazzi e cominciare finalmente a parlare con loro.

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