Bruzzone: gli adolescenti non sono diversi da come lo eravamo noi, sono solo più fragili e con genitori più friabili

Ogni generazione è convinta che i ragazzi di oggi siano più difficili, più violenti, più problematici di quelli di prima. Roberta Bruzzone smonta questa convinzione con precisione, e poi indica dove si trova davvero il problema. Leggi queste sue sei frasi fino in fondo, perché le sue parole cambieranno per sempre il tuo modo di vedere le cose.

gli adolescenti

1. I ragazzi non sono cambiati

“Io non credo che i ragazzi si siano modificati geneticamente in questi ultimi trent’anni. Quindi non sono diversi da quello che eravamo noi trenta o quarant’anni fa.”

Roberta Bruzzone parte da un’osservazione quasi scientifica: il DNA non cambia in trent’anni. I ragazzi di oggi hanno la stessa struttura emotiva, gli stessi bisogni fondamentali, le stesse spinte evolutive dei ragazzi di ogni altra generazione. Se qualcosa è cambiato, non è nei ragazzi, è nel contesto in cui crescono.

2. Genitori più friabili

“Sono molto meno attrezzati emotivamente, dal punto di vista personologico, perché hanno avuto a che fare con una classe genitoriale molto più friabile di quella che abbiamo avuto noi.”

“Friabile” è la parola chiave. Non cattiva, non assente, non indifferente: friabile. Che si sbriciola sotto pressione. Che non regge quando viene messa alla prova. Il genitore friabile è quello che cede al primo segnale di disagio del figlio, che non riesce a mantenere un limite quando il figlio protesta, che ha più paura del conflitto con il figlio di quanto non ne abbia il figlio stesso.

Ho riconosciuto qualcosa di me in questa parola. Non mi sono sempre sentita solida. Ci sono stati momenti in cui ho ceduto per stanchezza, per senso di colpa, per paura di ferire mio figlio. Ho capito, però, che la solidità del genitore non è crudeltà: è sicurezza per il figlio.

3. Il limite vissuto come offesa

“Il ragazzo cresce dentro un sistema in cui il limite, anziché leggerlo come uno strumento di regolazione fondamentale per crescere, lo vive come un’offesa personale.”

Questa è la conseguenza diretta della friabilità genitoriale. Se non si è mai stati fermati davvero, se ogni no è stato negoziabile, se ogni frustrazione è stata immediatamente rimossa, non si impara che il limite è normale. Si impara che il limite è un’aggressione. E quella lettura distorta poi si porta fuori casa, a scuola, nei rapporti con gli altri adulti.

4. Un Io fragile che non tollera la frustrazione

“Molti adolescenti hanno un Io molto fragile che non li porta a tollerare la benché minima frustrazione, perché non l’hanno mai sperimentata imparando a considerarla tollerabile. Non sanno leggere il no, non sanno gestire la vergogna, la rabbia, l’umiliazione.”

La frustrazione non tollerata non sparisce: esplode. Quando un ragazzo non ha mai imparato che il disagio emotivo è attraversabile, che la vergogna non è mortale, che la rabbia si può contenere senza agire, quell’apprendimento mancato diventa un deficit reale, visibile nei comportamenti.

5. Famiglie che delegittimano gli altri adulti

“Ci sono famiglie che difendono il figlio a prescindere dalle stupidaggini e dalla gravità di quello che fa, famiglie che non insegnano il limite e soprattutto delegittimano gli altri adulti che quel limite faticosamente cercano di insegnarlo.”

Questa è la parte più scomoda. Non basta essere genitori presenti e attenti: se si mina sistematicamente l’autorità degli insegnanti, degli allenatori, degli educatori, si insegna al figlio che il limite vale solo quando viene da casa. E quando non viene da nessuna parte, non vale per nessuno.

6. I social come amplificatori

“Il conflitto non basta più viverlo, bisogna mostrarlo, registrarlo, rilanciarlo. A quel punto, la violenza si trasforma in un contenuto condivisibile.”

I social media non creano la violenza, ma cambiano radicalmente il rapporto con essa. Un conflitto che sarebbe rimasto circoscritto diventa pubblico, performativo, misurabile in visualizzazioni. E quella dimensione pubblica cambia il modo in cui si vive il conflitto stesso: non basta vincere, bisogna dimostrare di aver vinto.

Insomma, fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo, ma se riusciamo a comprendere i nostri limiti e le nostre paure, forse potremo diventare quel “genitore sufficientemente buono” di cui parla Donald Winnicott.

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