Cosa ne pensi del modo in cui si giudica il passato? Spesso ciò che ieri ha regalato felicità, oggi appare come un errore: ma si è davvero certi di poter riscrivere chi si era, soprattutto nei momenti in cui si era felici? In occasione del 3 luglio, anniversario della morte di Jim Morrison avvenuta nel 1971, torna attuale una riflessione profonda sul rapporto tra memoria, felicità e giudizio. Tra ciò che si vive e ciò che si ricorda si apre una distanza, dove nascono rimpianti, interpretazioni e nuove verità. Più che scegliere tra pentimento o assoluzione, forse la domanda è un’altra: pentirsi o no?

Quando eri felice, non era un errore
“Non pentirti di ciò che hai fatto se quando l’hai fatto eri felice.”
Tu lo hai mai fatto? Ti sei mai pentito di qualcosa? Succede spesso di guardare al passato e di trattarlo come un archivio da sistemare: questa scelta era giusta, questa no, questa la rifarei, questa la cancellerei. Jim Morrison non sarebbe molto d’accordo perché, con il suo celebre aforisma, è come se ti chiedesse: quando l’hai vissuta, quella scelta, com’era davvero?
Molte cose della vita nascono senza troppi calcoli: un viaggio deciso all’ultimo momento, una relazione iniziata con leggerezza, una parola detta di getto che cambia l’”aria che tira” tra due persone.
In quei momenti non si sta facendo un bilancio sui libri contabili della vita: si sta vivendo. E se lì c’era felicità, anche solo per un periodo breve, ha senso liquidarla come un errore solo perché dopo è andata diversamente? È un po’ come dire che una giornata di sole non vale niente solo perché il giorno dopo piove.
Il diritto di essere stati felici
E poi succede: la memoria rilegge, aggiusta, a volte giudica anche troppo duramente. Così capita di guardare a se stessi di qualche anno prima con un certo distacco, come se si stesse parlando di un’altra persona. Ma era davvero così diversa, quella persona? O semplicemente stava vivendo con gli strumenti che aveva in quel momento?
Forse è qui che Jim Morrison centra qualcosa di molto umano: non tutto ciò che oggi sembra sbagliato lo era davvero allora. E non tutto ciò che è finito male deve diventare automaticamente un rimpianto. A volte alcune esperienze hanno avuto un senso semplicemente perché, nel loro momento, erano vere. E forse basta questo per smettere di giudicarle così duramente.
La differenza tra chi vive (ed è felice) e chi giudica (e non lo è)
Nel cuore dell’aforisma si apre una distanza: quella tra il sé che vive un’azione e il sé che, molto tempo dopo, la ricorda e la giudica. Sono davvero la stessa persona, o il tempo finisce per separarci in due identità che si osservano senza mai coincidere del tutto?
Chi agisce è immerso nel presente, attraversato da emozioni immediate, intuizioni, desideri ancora incerti, ma potentissimi. Chi giudica, invece, guarda da lontano, con la freddezza di chi conosce già gli esiti e dimentica la nebbia in cui ogni scelta nasce. È in questa distanza che si insinua il rimpianto, un dubbio, un giudizio spesso più duro della realtà stessa.
Prendiamo un esempio: una relazione nata da un’intensa passione, poi rivelatasi idealizzata e fragile. Anni dopo viene liquidata come “sbagliata”. Ma lo era davvero, mentre accadeva? In quel momento, quando tutto sembrava evidente, necessario, vero, era possibile vederla così? O era soltanto una verità viva, ma temporanea, legata a uno stato emotivo preciso? Non si tratta di assolvere il passato, ma di riconoscere che la vita non procede in linea retta: è fatta di verità che cambiano, proprio come noi.
Questa distanza tra le due versioni di noi stessi può diventare una forma di ingiustizia interiore. Il giudice interno tende a essere spietato, come se dovesse correggere ogni incoerenza, ogni deviazione. Ma nessuno è costruito per essere perfettamente coerente: cambiamo, cresciamo, ci contraddiciamo.
La memoria oltre la condanna
La memoria non è mai neutra: ricordare significa già interpretare. Ma tra interpretare e condannare esiste una differenza decisiva.
Sembra emergere l’idea che il passato non debba diventare un processo senza appello. Se un’esperienza ha contenuto una felicità autentica, ha già avuto una sua ragione di esistere, anche se incompleta e contraddittoria.
Questo non significa osannare ciò che è stato: alcune scelte hanno prodotto conseguenze difficili, e ignorarlo sarebbe ingenuo. Da qui una possibilità più radicale: ricordare senza voler riscrivere, senza trasformare il passato in una condanna retroattiva. Accettare che alcune esperienze non chiedono né celebrazione né giudizio, ma soltanto comprensione.
E allora, caro lettore, se una felicità è stata reale, anche per un solo istante, non provare a pentirtene o a rimpiangerla: riconoscila per quello che è stata, senza ridurla a un errore. Conservala piuttosto come si fa con un ricordo prezioso, come quando sfogli un vecchio album di foto e ti fermi un istante in più del necessario, con quel sorriso discreto che ritorna da sé e la sensazione chiara, semplice, che, secondo me, in quel momento eri davvero felice.
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