Se non riconosci e vivi il tuo desiderio secondo la sua legge, muori dentro: 4 citazioni di Massimo Recalcati

C’è una differenza enorme tra vivere la propria vita e vivere la vita che si pensa di dover vivere. Tra desiderare quello che si vuole davvero e desiderare quello che gli altri si aspettano da te. Tra seguire una vocazione che ti appartiene e obbedire a un copione scritto da qualcun altro. Massimo Recalcati – psicanalista lacaniano, scrittore, professore universitario e una delle voci più ascoltate in Italia quando si parla di inconscio, desiderio e identità – ha dedicato gran parte della sua opera a questa differenza. E le sue frasi sul desiderio sono tra le più precise e più scomode che si possano trovare: non ti rassicurano, ti mettono di fronte a qualcosa.

vivi il tuo desiderio

1. La responsabilità del desiderio

“La nostra responsabilità consiste nel riconoscere il nostro desiderio, vivere secondo la sua legge.”

La parola chiave è “responsabilità”. Recalcati non dice che il desiderio sia qualcosa che capita; dice che riconoscerlo e abitarlo è una responsabilità. Non un privilegio, non un lusso: un dovere verso se stessi. Ignorare il proprio desiderio, soffocarlo, delegare agli altri la definizione di quello che si vuole, non è prudenza. È una forma di abbandono di sé.

Vivere “secondo la legge del desiderio” non significa fare tutto quello che si vuole senza freni e senza responsabilità. Non è un invito alla dispersione. Significa riconoscere cosa si desidera davvero nel profondo, non cosa si pensa di dover desiderare per essere accettati, non cosa ci fa sentire approvati dagli altri, non cosa è sicuro e prevedibile, e fare di quel riconoscimento onesto il centro orientante della propria esistenza.

2. Il desiderio che ti possiede

“Non sono mai ‘io’ che decido il ‘mio’ desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.”

Questa frase sovverte completamente e radicalmente l’idea razionalistica del desiderio come qualcosa che si “sceglie” con calma. Recalcati descrive il desiderio come una forza che agisce su di noi, non come un contenuto mentale che si gestisce dall’esterno.

Ustionare, sconvolgere, rapire, straniare, portare via: sono verbi che descrivono qualcosa di potente, di irriducibile al controllo razionale, di più grande di noi. Il desiderio non si decide razionalmente; si riconosce con onestà, o si ignora. Ma ignorarlo non lo fa scomparire: lo manda in cantina, dove continua a lavorare in forme diverse.

3. Il desiderio come vocazione

“La forza generatrice del desiderio dilata gli orizzonti. Ciascuno di noi si porta dentro una vocazione, siamo fatti per quella strada.”

Recalcati porta il desiderio fuori dalla dimensione privata e contingente di ogni giorno – fuori dal ‘voglio questo oggetto, voglio quella persona’ – e lo colloca in quella esistenziale.

Ognuno porta dentro di sé una vocazione, una strada che gli appartiene in modo specifico, che non è la strada degli altri e non può essere imitata o copiata. Quella strada non è scritta da nessuna parte in modo esplicito: si scopre seguendo il desiderio nel tempo, ascoltando cosa ci muove davvero nel profondo, cosa ci apre invece di richiuderci, cosa ci rende più grandi invece di più piccoli.

Il desiderio generatore è quello che non si sa ancora dove porta, ma che ci allarga. Diversamente dai bisogni ordinari, che si soddisfano e finiscono una volta appagati, il desiderio autentico non si esaurisce con il raggiungimento: porta avanti, apre orizzonti sempre nuovi, trasforma chi lo segue.

4. La rinuncia come il male peggiore

“Il male peggiore è la rinuncia al nostro desiderio. La sofferenza nevrotica è data dal fatto che il soggetto non si impegna a realizzare il proprio desiderio, ma quello degli altri, sacrificandosi al loro altare.”

Questa è la più diretta delle quattro. Recalcati identifica nella rinuncia al proprio desiderio – non nelle difficoltà, non nel fallimento, non nel dolore – il vero male psicologico. La sofferenza nevrotica non nasce da troppo desiderio: nasce dal desiderio sbagliato, da quello degli altri che si è fatto proprio nel tempo. Da una vita spesa a realizzare aspettative altrui rinunciando a quelle proprie.

Il problema non è volere troppo: è volere le cose sbagliate per le ragioni sbagliate. È passare anni a inseguire obiettivi che non si sono scelti davvero, che si sono assorbiti dall’ambiente, dalla famiglia, dalla cultura, accorgendosi tardi – a volte troppo tardi – che quella strada non era la propria. La sofferenza che ne deriva non è quella del fallimento: è quella del successo nel posto sbagliato.

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