La speranza appartiene ai figli, noi adulti abbiamo già sperato e quasi sempre perso: una frase di Margaret Mazzantini

Ci sono frasi che arrivano da un posto molto preciso; non da una riflessione astratta ma da qualcosa di vissuto, di sofferto, di distillato nel tempo attraverso la scrittura. Questa frase di Margaret Mazzantini – scrittrice, autrice di Non ti muovere e Venuto al mondo, tradotta in quaranta paesi e una delle voci più riconoscibili della letteratura italiana contemporanea – è una di quelle. Non sembra pensata: sembra estratta.

frase di Margaret Mazzantini

La speranza appartiene ai figli

“La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.”

La frase è breve, quasi brutale nella sua onestà. Non consola, descrive con precisione. Non promette, registra una realtà. Gli adulti non sono privati della speranza per loro colpa o per mancanza di coraggio: è che l’hanno già usata, quella speranza. Hanno già sperato intensamente: in amori che si sono spenti, in progetti che non sono decollati, in persone che se ne sono andate, in momenti che avrebbero potuto essere diversi e non lo sono stati. E nella maggior parte dei casi quella speranza non è andata come si voleva. “Quasi sempre abbiamo perso” è probabilmente la frase più onesta della letteratura italiana recente sulla condizione adulta.

Cosa significa davvero

Margaret Mazzantini non sta semplicemente descrivendo una condizione; sta dicendo qualcosa di preciso su come cambia la speranza con l’età. Non sta dicendo che gli adulti siano condannati alla disperazione. Sta facendo qualcosa di più preciso e più difficile: sta distinguendo la speranza come stato naturale – quella dei bambini e dei ragazzi, che non hanno ancora misurato la distanza tra quello che speravano e quello che è successo – dalla speranza faticosa degli adulti, che ci si deve guadagnare ogni volta, sapendo già com’è andata le volte precedenti. Quella della speranza adulta è una battaglia silenziosa che si combatte ogni mattina.

I figli sperano con la leggerezza di chi non sa ancora come finisce. Gli adulti, se sperano ancora, lo fanno con una consapevolezza completamente diversa: con la conoscenza del rischio, con la memoria viva delle delusioni, con la cicatrice di tutto quello che si è perduto nel tempo. Non è la stessa speranza. Non può esserlo.

Questa distinzione non è pessimismo: è lucidità rara. Margaret Mazzantini non dice che gli adulti smettano di sperare o che abbiano rinunciato al futuro. Dice che la loro speranza è di un’altra natura rispetto a quella dei figli: non ingenua, ma conquistata faticosamente; non data per scontata, ma scelta consapevolmente ogni volta; non naturale come quella dei giovani, ma volontaria come solo può essere la speranza di chi ha già visto molto.

Il peso della speranza adulta

C’è qualcosa di molto specifico in questa frase: il fatto che Margaret Mazzantini non dica che gli adulti non sperano più. Dice che la speranza “appartiene ai figli”. Come se fosse un territorio, una residenza. Come se gli adulti fossero ospiti in quella terra di passaggio temporaneo, non di diritto.

Eppure quella speranza adulta – quella che si tiene anche avendo perso, che si coltiva sapendo quanto sia fragile e quante volte ha già deluso, che si sceglie ogni mattina sapendo bene quello che è già costata nel passato – è forse la più coraggiosa che esista. Non è la speranza ingenua e leggera di chi non ha ancora perso niente di importante. È la speranza consapevole e faticosa di chi ha già perso molto e sceglie comunque di non smettere. Ed è quella che si merita di più, quella.

Chi è Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini nasce a Dublino nel 1961 da padre italiano e madre irlandese, e cresce tra cultura italiana e irlandese. Scrittrice, drammaturga e attrice, è diventata una delle voci più importanti e riconoscibili della letteratura italiana contemporanea.

Il suo romanzo Non ti muovere – premiato con lo Strega nel 2002 e tradotto in decine di lingue -— ha venduto milioni di copie nel mondo. Venuto al mondo, adattato al cinema dal regista Sergio Castellitto – suo marito – affronta il tema della maternità e della guerra bosniaca con una profondità rara nella narrativa italiana. Le sue frasi sulla speranza e sulla perdita vengono da una scrittura che non ha paura di guardare le cose difficili in faccia senza abbellirle.

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