Baricco: la vita ti frega seminandoti dentro un’immagine, un odore, un suono che riconosci solo dopo come felicità

C’è una cosa strana e ricorrente che capita con certi momenti della vita: li vivi senza sapere che stai vivendo qualcosa di importante. Sei lì, presente fisicamente, e non c’è niente che ti dica che quello che sta succedendo merita attenzione particolare, che vale la pena fermarsi, che questo è uno di quei momenti che si porteranno a lungo. Solo dopo – a volte molti anni dopo – capisci che lì c’era qualcosa che non hai riconosciuto nel momento in cui accadeva. Alessandro Baricco ha per questo preciso fenomeno umano una delle descrizioni più belle e più precise che esistano.

riconosci solo dopo come felicità

Come ci frega la vita, secondo Alessandro Baricco

“La vita ti frega seminandoti dentro un’immagine, un odore, un suono che riconosci solo dopo come felicità.”

Il verbo “frega” è scelto da Baricco con una cura molto precisa. Non “ti sorprende” con qualcosa di bello: ti frega. Come se la vita stesse facendo qualcosa di leggermente sleale, di non completamente trasparente nei suoi intenti: ti dà qualcosa di importante senza dirti che te lo sta dando, senza segnalarlo con nessun cartello, e lo riconosci nella sua vera natura solo quando è già passato, quando non c’è più modo di abitarlo con la consapevolezza che avrebbe meritato.

Il seme e il ritardo

L’immagine del seme che Baricco usa è molto precisa e molto giusta: qualcosa viene piantato dentro di te in un momento che non sembra significativo nel momento in cui accade, che non si distingue dagli altri momenti della giornata o della settimana per nessun segnale esterno.

Un odore specifico di un posto o di una persona. Un’immagine che si guarda senza fermarsi. Un suono che si sente mentre si fa altro. Non un momento grande, riconoscibile, dichiaratamente importante: un momento ordinario, forse banale, che capita mentre si pensa ad altro. Quel seme germoglia dopo – molte volte molto dopo – in forma di memoria involontaria, di nostalgia improvvisa, di riconoscimento tardivo di quello che conteneva.

Conosco questa esperienza in modo molto fisico e molto preciso. Il profumo del caffè di mia madre la mattina, certi suoni del pomeriggio d’estate quando ero bambina, la qualità della luce di un’ora specifica in una casa che non c’è più. Non li ricordavo esplicitamente come momenti felici nel momento in cui accadevano. Adesso li riconosco come la felicità stessa, nella sua forma più semplice e più intoccabile, solo con decine di anni di ritardo.

Il riconoscimento tardivo

“Che riconosci solo dopo”. Non che capisci subito, non che senti immediatamente come prezioso. Solo dopo. Quel ritardo non è un difetto della percezione umana: è la sua natura. La felicità non si annuncia. Non arriva con una didascalia che dice “questo è un momento importante”. Arriva e passa, e si scopre solo a distanza cosa conteneva.

Cosa fare con questo

Alessandro Baricco non lo dice esplicitamente nella frase, ma la frase contiene già una risposta implicita che non ha bisogno di essere dichiarata. Se la felicità è nei semi che la vita pianta senza annunciarsi, in momenti che sembrano ordinari mentre si attraversano, allora forse il modo migliore di vivere è stare abbastanza presenti, abbastanza aperti e abbastanza quieti da permettere che quei semi entrino davvero, che si depositino invece di passare senza lasciare traccia.

Non cercare la felicità in modo urgente e ansioso come se si stesse cercando qualcosa di grande e riconoscibile, ma essere lì, davvero lì, quando arriva sotto forma di un odore, un suono, un’immagine che nel momento non sembra niente di speciale.

Quando ero ragazza, lessi una frase che diceva: “Fissa un’immagine d’amore e ricordala per sempre”. Mi tornò in mente mentre guardavo il mio fidanzato di allora compiere un gesto semplicissimo: cambiare canale della tv con il telecomando. Ecco, quell’immagine ce l’ho stampata nella mente: a distanza di trent’anni riesco a ricordare il colore della t-shirt che indossava, il modello di jeans, le scarpe, l’espressione del suo viso e tutti i particolari del suo corpo. È come se guardassi una fotografia. Ero lì. Ero presente. Avevo riconosciuto quello che, per me, era allora la felicità.

E forse è questo che dovremmo fare: fermarci e dedicare la giusta attenzione a tutte quelle immagini, quegli odori e quei suoni che ci stanno rendendo felici, senza aspettare di riconoscerli soltanto quando non li potremo più rivivere. Del resto, può essere anche un buon esercizio per capire cosa ci rende davvero felici e, si sa, l’idea di felicità cambia con il passare degli anni. Io, per esempio, oggi scelgo altre immagini da fissare, e molte di esse riguardano mio figlio.

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