C’è una forma di infelicità molto specifica e molto difficile da nominare che non dipende da quello che ci manca in senso materiale, non dipende dalle circostanze difficili e oggettive, non dipende dalla solitudine o dalla stanchezza fisica. Dipende dalla distanza. La distanza tra quello in cui si dice di credere – i valori dichiarati, le priorità che si enuncia, i principi che si attribuisce a se stessi – e quello che si fa concretamente nella vita di ogni giorno, scelta dopo scelta, ora dopo ora. Freya Stark lo aveva capito con la chiarezza di chi ha vissuto in modo molto deliberato e molto coerente con quello in cui credeva.

Quando non può esserci felicità
“Non ci può essere felicità se le cose in cui crediamo sono diverse dalle cose che facciamo.”
La struttura è quella dell’impossibilità: non “è difficile”, non “è improbabile”: non ci può essere. La felicità e la distanza tra credenze e azioni sono incompatibili per definizione.
La distanza come fonte di infelicità
Quando quello che si dice di credere – il valore della famiglia, l’importanza della salute, la necessità di onestà nelle relazioni, il desiderio di creare qualcosa di significativo – non corrisponde a quello che si fa concretamente ogni giorno in modo reale, si crea una tensione interna che non si riesce mai a risolvere completamente e che consuma energia in modo silenzioso.
Non è sempre un’infelicità consapevole e nominabile. A volte è un senso diffuso di malessere che non ha un’etichetta precisa, una stanchezza che non si spiega solo con il lavoro o i problemi oggettivi, una sensazione che qualcosa non torni anche quando, dall’esterno, sembra che tutto vada.
Ho riconosciuto questa dinamica in me in modo molto preciso. Ci sono stati periodi in cui dicevo – a me stessa e agli altri – di credere in certe cose, e poi nella pratica di ogni giorno le mettevo sistematicamente all’ultimo posto. Non per cattiveria: per inerzia, per paura, per comodità. Freya Stark dice: quella distanza ha un costo, e il costo è la felicità.
Le cose in cui si crede
Non tutti sanno esattamente in cosa credono, e questa inconsapevolezza è già parte consistente del problema. Molto spesso si ereditano valori dichiarati che non sono stati davvero scelti in modo consapevole: si sono assorbiti dalla famiglia, dalla cultura, dall’ambiente, e sono diventati “propri” senza che ci sia mai stato un momento reale di esame e di scelta.
E poi ci si chiede perché vivere secondo quei valori non dia la soddisfazione che dovrebbe dare, perché la coerenza non produca il benessere che si era promesso. Forse perché quei valori, in fondo, non sono davvero propri nel senso più profondo: sono stati adottati senza esame critico, e la vita vissuta secondo valori non davvero scelti è distante da sé quasi quanto quella vissuta apertamente contro i propri valori.
La coerenza come pratica quotidiana
La coerenza tra valori e azioni non è uno stato che si raggiunge una volta e poi si possiede per sempre, ma è una pratica quotidiana che richiede attenzione continua e volontà di riesaminare. Si scivola fuori dalla coerenza per inerzia accumulata, per pressione esterna che sposta le priorità, per la tendenza naturale degli esseri umani a seguire la via di minore resistenza anche quando non è quella che si era scelto. Tornare a essa richiede di fermarsi periodicamente a fare una domanda semplice, ma scomoda: quello che sto facendo oggi corrisponde davvero a quello in cui dico di credere?
Freya Stark è stata viaggiatrice, scrittrice ed esploratrice britannica nata nel 1893 e vissuta fino a cento anni, una delle prime donne occidentali a esplorare le regioni più remote e meno conosciute del Medio Oriente, autrice di numerosi libri di viaggio che l’hanno resa famosa in tutto il mondo.
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