Luigi Pirandello non era un uomo che si perdeva in consolazioni. Tutta la sua opera – dal teatro ai romanzi, dalle novelle ai saggi – è costruita su una certezza scomoda: che la realtà è spietata, che le convenzioni sociali nascondono crudeltà antiche e profonde, e che l’essere umano preferisce l’illusione alla verità anche quando l’illusione lo distrugge. Questa lucidità impietosa non risparmia nessun aspetto dell’esistenza. E non risparmia la vecchiaia.
La frase che ci interessa oggi è tratta da una delle sue opere in prosa, ed è una di quelle frasi che, una volta lette, non si dimenticano. Non perché sia bella nel senso consolatorio del termine. Ma perché dice qualcosa che è vero, che tutti sanno, che quasi nessuno dice ad alta voce: che esiste nella vita umana una forma di ingiustizia che non viene dall’esterno, non dalla società, non dal caso, ma dalla natura stessa. E che quella ingiustizia si chiama bruttezza e si chiama vecchiaia.

La feroce ingiustizia della natura
“Due sole vere infelicità aveva la vita, per coloro sui quali la natura esercita la sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiaia, soggette al disprezzo e allo scherno della bellezza e della gioventù.”
Questa frase di Pirandello è di una brutalità che quasi disturba, e di una onestà che lascia senza risposta. Lui non dice che la bellezza conta troppo, che il mondo è superficiale, che bisognerebbe guardare più in profondità: dice semplicemente che così stanno le cose. Che bruttezza e vecchiaia sono le due infelicità vere, non quelle che si scelgono, non quelle che si possono correggere con la volontà, non quelle di cui si è in qualche misura responsabili. Quelle che arrivano dall’esterno, dalla natura, e che si portano addosso senza aver fatto niente per meritarle.
La parola feroce è quella che brucia di più. Non ingiustizia normale, non ingiustizia sopportabile: feroce. Come un animale che attacca senza ragione. Come qualcosa che non ha in sé alcun principio di misura o di equità. La natura non distribuisce la bellezza in base al merito, non conserva la giovinezza a chi se la guadagna; la toglie a tutti, indiscriminatamente, con la stessa ferocia con cui non l’aveva data a tutti in uguale misura.
Il disprezzo come ingiustizia sociale costruita sulla biologica
Ma Pirandello non si ferma alla constatazione biologica. Aggiunge la dimensione sociale: bruttezza e vecchiaia sono infelici non solo in sé, ma perché sono soggette al disprezzo e allo scherno. Non è la natura da sola a fare male: è la risposta umana alla natura che trasforma l’ingiustizia biologica in ingiustizia sociale. Il vecchio che viene ignorato, scavalcato, trattato come invisibile. La persona brutta che viene esclusa, scartata, derisa. Non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato: solo perché non corrispondono a un parametro estetico che loro stessi non hanno scelto.
C’è qualcosa di particolarmente doloroso in questa meccanica: quelli che esercitano il disprezzo e lo scherno – la bellezza e la gioventù – lo fanno spesso senza malizia consapevole. Lo fanno semplicemente per ciò che sono: per il privilegio involontario di essere nati belli o di essere ancora giovani. Non è un peccato morale: è una dinamica strutturale. E Pirandello la descrive con la stessa impietosità e lucidità con cui descriveva tutto il resto.
Quello che tutti sanno e quasi nessuno dice
Questa frase fa male perché tocca qualcosa che le persone portano dentro ma raramente ammettono, nemmeno a se stesse. La paura di invecchiare non è solo paura della morte, non è solo paura della malattia: è anche paura di questo, di diventare invisibili, di passare dalla parte di chi viene guardato con fastidio o con pietà invece che con desiderio o con rispetto.
Pirandello lo dice con la chiarezza di chi non ha paura di essere impopolare. Non minimizza, non consola, non dice che la vera bellezza è interiore e che la vecchiaia porta saggezza. Dice che sono infelicità vere, e che a produrle non è solo la condizione biologica, ma lo sguardo degli altri che la interpreta e la trasforma in condanna sociale. È una frase crudele. Ma è anche una delle più oneste che siano mai state scritte sull’invecchiare.
La vecchiaia come condizione universale e la solidarietà che non arriva
C’è un’ironia tragica in tutto questo che Pirandello non esplicita ma lascia intendere: la gioventù che disprezza la vecchiaia non sa ancora – o non ci vuole pensare – che sta disprezzando il proprio futuro. Ogni persona che ride di un vecchio ride di ciò che sarà. Ogni privilegio della bellezza giovane è un prestito con interessi altissimi che prima o poi andrà restituito. La natura, nella sua ferocia, è almeno ugualmente feroce con tutti: non risparmia nessuno.
Eppure questa consapevolezza non genera solidarietà. Non trasforma il disprezzo in compassione. Non spinge la gioventù a guardare la vecchiaia con la tenerezza di chi vede il proprio destino anticipato. È questo il nucleo più amaro della frase di Pirandello: che la logica vorrebbe la solidarietà tra condannati, ma la psicologia produce il contrario. Chi è giovane e bello usa il proprio tempo migliore per non pensarci, e intanto guarda dall’alto in basso chi lo ha già perso.
Frasi di Pirandello sulla vecchiaia
- “Di giorno in giorno, d’ora in ora, ciascuno porta la sua vita come un peso che non sa più dove posare.”
- “Per un povero vecchio è grave perdita un giorno.”
- “Due sole vere infelicità aveva la vita, per coloro sui quali la natura esercita la sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiaia, soggette al disprezzo e allo scherno della bellezza e della gioventù.”
- “Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude.”
BIO di Luigi Pirandello
Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936) è uno dei massimi drammaturghi e narratori della letteratura mondiale. Laureato a Bonn con una tesi in filologia romanza, inizia a scrivere novelle e romanzi prima di dedicarsi al teatro, che lo rende celebre in tutto il mondo. Nel 1934 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Tra le opere fondamentali: Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila (romanzi), le Novelle per un anno (raccolta di oltre 200 racconti), Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, Così è, se vi pare (teatro). Il suo tema centrale è l’identità umana, la sua fragilità, la distanza tra come siamo e come gli altri ci vedono. Fondò nel 1925 il Teatro d’Arte di Roma. Morì a Roma il 10 dicembre 1936, lo stesso giorno in cui avrebbe dovuto ricevere ufficialmente il Nobel.
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