Elsa Morante non è mai stata una donna “comoda”. Né come persona, né come scrittrice. Non addolciva le parole, non cercava approvazione, non faceva sconti a nessuno. Tantomeno a se stessa. Quando parla di solitudine, non lo fa per consolare, ma per mettere a nudo. Perché per lei la solitudine non è solo stare da soli: è sentirsi fuori posto, non appartenere, guardare gli altri da dietro un vetro che sembra invisibile a tutti tranne che a noi. La Morante conosceva bene questa sensazione. E la racconta in modo spietato, soprattutto quando scrive che:
“Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso.”
Una frase che sembra parlare di identità, ma che in realtà è una radiografia perfetta della solitudine moderna.

Chi era Elsa Morante
Elsa Morante è stata una donna complessa, irrequieta, emotivamente esigente. Ha vissuto relazioni intense e spesso dolorose, ha cercato amore con la stessa fame con cui temeva di perderlo. Non si è mai sentita davvero “al posto giusto”.
E questo sentirsi sempre un po’ fuori centro non è una posa letteraria: è una ferita reale che entra nei suoi romanzi, nei suoi personaggi, nelle sue riflessioni.
La solitudine, per lei, non è un incidente di percorso. È una condizione esistenziale. Non qualcosa che capita, ma qualcosa che si porta dentro.
Cos’è la solitudine per Elsa Morante
Per Elsa Morante la solitudine non coincide con l’assenza degli altri. Puoi essere circondato da persone e sentirti comunque solo. Anzi, spesso è proprio lì che fa più male. La vera solitudine è quella di chi non riesce a sentirsi intero, di chi vive con la sensazione di essere “diverso”, incompleto, inadeguato a qualunque compagnia.
E qui entra in gioco il concetto di “sangue-misto”. Non va letto solo in senso letterale o biografico. È una metafora potente: il sangue-misto è chi non si riconosce pienamente in un ruolo, in un’identità, in un gruppo. È chi vive con una frattura interna che lo rende sempre un passo fuori.
“È lui che si fa ombra da se stesso”: una frase che fa male perché è vera
La parte più scomoda della frase non è l’idea di non essere felici in compagnia. È il finale: “Ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso.” Qui Elsa Morante smette di essere indulgente. Non accusa il mondo, non punta il dito contro gli altri, non parla di esclusione sociale o cattiveria altrui. Dice qualcosa di molto più difficile da accettare: a volte siamo noi a impedirci la luce.
Ci sentiamo fuori posto perché arriviamo già convinti di esserlo. Ci sentiamo giudicati perché ci guardiamo con occhi durissimi. Ci sentiamo soli perché non riusciamo a stare davvero presenti, né con gli altri né con noi stessi. È una solitudine che non nasce dall’esterno, ma da una lotta interna irrisolta.
Quando la solitudine non è colpa degli altri
Questa frase ci è utile proprio per questo: ci obbliga a farci una domanda scomoda.
La nostra solitudine dipende davvero dagli altri? O dipende da come entriamo nelle relazioni?
Elsa Morante ci suggerisce, senza addolcire la pillola, che a volte la compagnia non funziona perché noi non ci concediamo davvero. Siamo diffidenti, feriti, sulla difensiva. Vogliamo essere capiti senza esporci. Vogliamo vicinanza senza rischio. E allora sì, c’è sempre qualcosa che “ci fa ombra”. Ma quell’ombra la proiettiamo noi.
Perché Elsa Morante ci parla ancora oggi
Perché viviamo in un’epoca piena di contatti e povera di presenza. Perché siamo spesso soli in mezzo agli altri e convinti che sia sempre colpa del mondo. Perché la frase sul “farsi ombra da se stessi” continua a far male, proprio perché funziona.
Elsa Morante non ci consola. Ci smaschera. E forse è questo il suo regalo più grande: ricordarci che la solitudine non è sempre una prigione costruita dagli altri. A volte è una stanza che abbiamo arredato noi. E che, volendo, possiamo anche imparare a illuminare.
Frasi di Elsa Morante sulla solitudine
- “Chi fugge per amore non può trovar quiete nella solitudine.”
- “Un sangue‑misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso…”
- “Nei miei giorni di solitudine, a volte un qualche inganno dei sensi mi faceva illudere d’un tratto ch’egli fosse tornato!”
- “Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo.”
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