C’è una frase che Piero Terracina ha ripetuto per anni, nelle scuole, nei teatri, nelle interviste, nei libri e soprattutto davanti ai ragazzi:
“Io all’inferno ci sono stato. L’inferno che ho vissuto si chiama Auschwitz Birkenau.”
È una frase che non cerca applausi. Non fa poesia. Non consola. Ti prende per il bavero e ti obbliga a rimettere ordine nelle parole. E, se la ascolti fino in fondo, fa una cosa sorprendente: ti libera. Anche da quell’abitudine un po’ pigra, un po’ teatrale, di dire che la tua vita è un inferno.

Chi è Piero Terracina
Piero Terracina è un uomo, romano, ebreo, ragazzo normale in una famiglia normale, in un’Italia che a un certo punto decide che lui non è più cittadino, non è più studente, non è più niente. Le leggi razziali arrivano prima del lager, ma già lì il mondo comincia a stringersi.
Quando viene deportato ad Auschwitz-Birkenau, Piero Terracina perde quasi tutto: la famiglia, l’adolescenza, l’illusione che il male abbia un limite naturale. Sopravvive, ed è già una parola enorme. Ma soprattutto torna. E qui nasce il testimone. Non diventa mai retorico. Non si mette su un piedistallo. Non fa l’eroe. Racconta. Con una voce ferma, ironica quando può, durissima quando serve. Perché la memoria, per lui, non è un monumento. È un lavoro.
Piero Terracina e l’olocausto
Per Piero Terracina l’Olocausto non è una parola astratta, né una pagina di storia da commemorare una volta l’anno. È un’esperienza vissuta sulla pelle, nel corpo, nella fame, nella paura quotidiana. È il punto più basso a cui l’essere umano è arrivato organizzando la distruzione di altri esseri umani con metodo, burocrazia e freddezza.
Ne ha parlato ovunque potesse farlo: soprattutto nelle scuole. Perché i ragazzi, diceva in sostanza, non hanno colpe ma hanno una responsabilità enorme. Quella di sapere. E sapere non per diventare tristi, ma per diventare vigili. Per riconoscere i segnali, le parole che disumanizzano, le battute che preparano il terreno. Terracina non racconta l’Olocausto per scioccare. Lo racconta per rimettere le cose al loro posto. Anche linguisticamente.
“Io all’inferno ci sono stato“: una frase che pesa
Quando Piero Terracina dice di essere stato all’inferno, non usa una metafora. Fa l’opposto: toglie alla metafora il suo potere abusivo. L’inferno, per lui, ha un nome preciso, un luogo preciso, una realtà storica verificabile. Auschwitz-Birkenau.
E qui arriva il punto scomodo, ma necessario. Se l’inferno è stato quello, allora forse dovremmo smettere di chiamare inferno tutto il resto. Il traffico. Il lavoro che non ci piace. Una relazione che finisce. Una giornata storta. Piero Terracina non minimizza il dolore quotidiano delle persone, ma lo ridimensiona rispetto all’orrore assoluto. È una lezione etica, ma anche psicologica. Perché se tutto è inferno, niente lo è davvero. E se invece riconosciamo che l’inferno vero è esistito ed è stato Auschwitz, allora forse la nostra vita, pur difficile, resta vita. E questo cambia tutto.
Una memoria che serve anche a vivere meglio
Qui sta la forza sorprendente di Terracina. Parlare di Auschwitz non per schiacciare, ma per rimettere aria. Per dire: guardate che esiste una differenza tra soffrire e essere annientati. Tra una crisi e la negazione sistematica della tua umanità.
Questa consapevolezza non serve solo a “ricordare il passato”. Serve a non banalizzare il presente. A usare le parole con più precisione. A non trasformare ogni disagio in tragedia cosmica. In fondo, Terracina ci invita a una forma di sobrietà emotiva. Che non è cinismo, ma rispetto. Rispetto per chi non è tornato. E rispetto anche per noi stessi, che possiamo smettere di raccontarci come vittime perenni di un inferno che inferno non è.
Perché questa frase ci riguarda ancora
“Io all’inferno ci sono stato” non è una frase sul passato. È una frase sul presente. Ci ricorda che il male assoluto non è un concetto filosofico, ma una possibilità umana. E allo stesso tempo ci restituisce una misura. Se ascoltata davvero, quella frase ci obbliga a vivere con più responsabilità e meno lamenti automatici. A riconoscere il dolore, sì, ma senza confonderlo con l’annientamento. A difendere la memoria, ma anche la vita.
Piero Terracina ci ha lasciato una testimonianza scomoda e preziosa. Ci ha insegnato che l’inferno esiste, ma proprio per questo non va usato come metafora a caso. Perché se sappiamo dov’è stato davvero, forse possiamo smettere di cercarlo ovunque. E iniziare, finalmente, a vivere.
Frasi sull’olocausto
- “L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.” – Primo Levi
- “L’Olocausto ha segnato le vite di molte persone, ma è diventato anche metafora del nostro tempo.” – Aharon Appelfeld
- “Coloro che hanno perpetrato l’Olocausto, ma anche quelli che vi hanno assistito e ne hanno reso possibile la perpetrazione, quelli che ne hanno tratto profitto e quelli che hanno voltato la testa… sono tutti responsabili.” – Ronald H. Balson
- “Olocausto vuol dire bruciare tutta la propria esistenza sull’altare della croce.” – Pino Puglisi
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