Schopenhauer non è certo il filosofo da biscotto della fortuna: se cercate frasi profetiche da sgranocchiare con leggerezza, è meglio cambiare pensatore. La sua filosofia è attraversata da un realismo quasi impietoso, in netto contrasto con l’ottimismo zuccheroso di quei dolci bigliettini. La vita può anche dirsi bella, ma è mossa dal dolore; la felicità si sperimenta, sì, salvo poi scoprire che, in fondo, non è altro che un’illusione. E il desiderio?

Il desiderio secondo Schopenhauer
Arthur Schopenhauer, realista con un calibrato pessimismo, riesce ancora oggi – a oltre due secoli di distanza – a parlarci con una schiettezza che costringe alla riflessione. Dietro il suo carattere burbero e poco incline alle serate mondane, si nascondeva uno sguardo profondo e disincantato sulla vita, capace di scavare fino al cuore dell’essere umano: nelle sue passioni, nelle sue paure, nei suoi desideri. Schopenhauer ci ha lasciato molto, ma una riflessione sul desiderio merita un’attenzione particolare:
“Tutto il volere nasce dalla mancanza, dalla carenza e quindi dalla sofferenza. L’appagamento pone fine a ciò; eppure, per un desiderio che si realizza, ne restano almeno dieci che sono negati…”
Quante volte abbiamo desiderato qualcosa solo perché l’abbiamo visto nelle mani di un’altra persona? E quante volte, una volta ottenuto ciò che tanto bramavamo, ci siamo accorti di non essere affatto appagati, ricominciando quasi subito a desiderare altro? Senza troppi giri di parole, accade spesso. Accadeva ai tempi di Schopenhauer e accade ancor più oggi, in un’epoca dominata dal consumismo sfrenato.
Per il filosofo, infatti, il desiderio non arricchisce mai davvero: desiderare significa avvertire una mancanza – “mi manca qualcosa e la voglio” – e questa mancanza è una tensione dolorosa, perché desideriamo proprio in quanto non siamo felici. Il desiderio diventa così una condizione di perenne squilibrio, sospesa tra il dolore reale e una felicità solo apparente.
Lo voglio perché mi manca: ma sarò felice?
Nella vita non siamo mai completamente soddisfatti. L’ordinario ci offre sicurezza e stabilità, ma spesso – anche se non sempre – sentiamo il bisogno di qualcosa in più, di qualcosa che spezzi la routine. È un desiderio semplice, quasi elementare: come quando, dopo ore alla scrivania davanti al computer, usciamo a prendere una boccata d’aria.
L’uomo desidera ciò che non ha. Schopenhauer sosteneva che il desiderio nascesse dalla mancanza, perché chi desidera avverte dentro di sé un vuoto, e quel vuoto genera dolore. Se desideriamo qualcosa è perché stiamo male, e l’unica medicina capace di alleviare quella sensazione è l’appagamento. Ma, proprio come un antidolorifico, anche l’appagamento ha un effetto temporaneo. Se hai mal di testa, prendi una pastiglia: il dolore passa, ma solo per un po’. Allo stesso modo, quando un desiderio si realizza – quando finalmente parti per il viaggio che sognavi – la sofferenza si attenua, ma non scompare per sempre.
Ecco perché, anche quando un desiderio viene soddisfatto, ne restano sempre altri in attesa. La nostra esistenza si muove in una tensione continua tra il dolore e il suo momentaneo sollievo. E come spiegarlo al partner? Forse così: il massimo a cui possiamo aspirare non è un appagamento definitivo, ma una riduzione del dolore. Serve pazienza, allora, quando chiediamo sempre nuove cose, nuove emozioni: mentre rincorriamo un obiettivo, ce n’è già un altro che ci viene incontro.
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