Vittorino Andreoli non è uno di quegli esperti che parlano di adolescenti con l’aria di chi ha finalmente capito tutto. Al contrario: più li studia, più li ascolta, più li osserva, e più insiste su una verità che agli adulti dà fastidio. Gli adolescenti non li conosciamo davvero. E forse è proprio questo il punto di partenza giusto. Quando Andreoli dice:
“Bisogna accettare e dire che non sappiamo chi sono gli adolescenti, solo così potremo conoscerli meglio”
non sta facendo filosofia da salotto. Sta lanciando una provocazione, di quelle che fanno storcere il naso a genitori, insegnanti e adulti in generale. Perché ammettere di non sapere, in un mondo che pretende risposte immediate e soluzioni rapide, suona quasi come una resa. In realtà, per Andreoli, è l’esatto contrario: è l’inizio di una relazione autentica.

Chi è Vittorino Andreoli
Vittorino Andreoli è uno psichiatra, certo. Ma soprattutto è un osservatore instancabile dell’essere umano. Nei suoi libri, nei suoi interventi pubblici, nelle interviste, torna sempre su un punto: la sofferenza non nasce dal “non funzionare”, ma dal non essere compresi. E gli adolescenti, in questo, sono campioni olimpici di incomprensione.
Andreoli mostra una profonda empatia per chi attraversa le fasi più fragili della vita. L’adolescenza, per lui, non è un problema da risolvere, ma una fase da attraversare. E possibilmente da non rovinare con troppe etichette.
Chi sono gli adolescenti, secondo Andreoli
Per Andreoli l’adolescenza non è una patologia. Lo dice chiaramente:
“L’adolescenza non è una malattia. È una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise.”
Eppure, spesso la trattiamo come se fosse un disturbo temporaneo da sopportare finché “non passa”. Il punto è che oggi gli adolescenti vivono in un tempo strano. Da un lato dovrebbero costruire il futuro, dall’altro faticano perfino a immaginarlo. Andreoli lo sintetizza così:
“Il periodo adolescenziale, in maniera particolare oggi, manca della percezione del futuro.”
E questo è un cortocircuito enorme, perché “l’adolescente vive in vista del futuro e ciò che fa ora non ha un significato in sé, è un investimento per ciò che svolgerà in seguito.” Se togli il futuro, togli il senso. E quando il senso manca, arrivano il disorientamento, la rabbia, la noia, a volte il silenzio.
Il corpo, il gruppo e la solitudine
C’è poi un tema che Andreoli affronta senza giri di parole: il corpo:
“C’è un dramma del corpo. Non c’è un adolescente che si piaccia veramente.”
Il corpo cambia, tradisce, espone. È troppo, o troppo poco, o comunque mai giusto. Gli adulti spesso liquidano la questione con un “è solo una fase”, ma per chi la vive quella fase è tutto. E poi c’è il gruppo. Rifugio e trappola insieme:
“Al di fuori del gruppo, l’adolescente si sente solo, dentro il gruppo però può trasformarsi in branco.”
Una frase che fa male perché è vera. Il gruppo protegge, ma può anche annullare. E quando manca uno spazio sociale vero, riconosciuto, gli adolescenti se lo inventano, spesso nei modi che agli adulti piacciono meno.
Il conflitto come segnale di crescita
Uno dei passaggi più indigesti per i genitori riguarda il conflitto. Andreoli non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti:
“Se durante l’adolescenza non esiste contrasto tra padri e figli, significa che non si sta crescendo.”
Tradotto: se va tutto sempre liscio, forse qualcuno non sta facendo il suo lavoro. Il conflitto non è fallimento educativo, ma segnale di trasformazione. È il tentativo, spesso goffo e rumoroso, di separarsi senza perdersi. E qui torniamo al famoso “non sapere”.
Perché ammettere di non sapere aiuta a capire i nostri figli
Dire “non so chi sei” non significa disinteressarsi. Significa fare spazio. Quando Andreoli afferma che dobbiamo accettare di non sapere chi sono gli adolescenti, ci sta chiedendo di smettere di proiettare su di loro le nostre paure, le nostre aspettative, i nostri ricordi. Ammettere di non sapere ci costringe ad ascoltare davvero, senza risposte preconfezionate. Ci impedisce di ridurre tutto a una diagnosi o a una colpa. Ci ricorda che gli adolescenti non sono adulti incompleti, ma persone in costruzione.
E soprattutto ci invita a riconoscere loro un ruolo. Perché, come dice Andreoli, “bisogna dare dei ruoli sociali agli adolescenti, mentre purtroppo la società non li tiene in considerazione.” Se non li vediamo, se non li ascoltiamo, se non li coinvolgiamo, poi non possiamo stupirci se urlano, si chiudono o si perdono.
Capire gli adolescenti è questione di umiltà
Vittorino Andreoli ci mette davanti a una verità scomoda: capire gli adolescenti non è una questione di controllo, ma di umiltà. Richiede di rinunciare all’idea di sapere già tutto, di accettare il caos, il dubbio, la fatica. Forse non sapremo mai davvero chi sono gli adolescenti. Ma proprio per questo possiamo iniziare a incontrarli. E, nel frattempo, imparare qualcosa anche su di noi.
Frasi di Vittorino Andreoli sugli adolescenti
- “Il periodo adolescenziale, in maniera particolare oggi, manca della percezione del futuro.”
- “L’adolescente vive in vista del futuro e ciò che fa ora non ha un significato in sé, è un investimento per ciò che svolgerà in seguito.”
- “Se durante l’adolescenza non esiste contrasto tra padri e figli, significa che non si sta crescendo.”
- “Bisogna accettare e dire che non sappiamo chi sono gli adolescenti, solo così potremo conoscerli meglio.”
- “L’adolescenza non è una malattia. È una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise.”
- “C’è un dramma del corpo. Non c’è un adolescente che si piaccia veramente.”
- “Bisogna dare dei ruoli sociali agli adolescenti, mentre purtroppo la società non li tiene in considerazione.”
- “Al di fuori del gruppo, l’adolescente si sente solo, dentro il gruppo però può trasformarsi in branco.”
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