Quando un figlio adolescente sbatte la porta, urla che non capisci niente, o passa tre giorni senza rivolgerti la parola, la reazione istintiva di un genitore è una sola: ho sbagliato qualcosa. Ho detto la cosa sbagliata, ho reagito male, ho esagerato, non ho ascoltato abbastanza. Il senso di colpa si installa con una velocità e una tenacia impressionanti, e spesso si trasforma in un ciclo in cui si cerca di rimediare cedendo, minimizzando, evitando il conflitto. Con il risultato, paradossale, di peggiorare tutto.
Vittorino Andreoli ha dedicato decenni a studiare l’adolescenza, non dai libri, ma dai corridoi degli ospedali psichiatrici, dalle stanze dove i ragazzi in crisi arrivano quando tutto il resto ha già ceduto. E da quella posizione ha sviluppato una visione dell’adolescenza che è l’opposto di quella che la cultura popolare trasmette: non una fase da sopportare, non un problema da risolvere, ma un processo necessario e fisiologico in cui il conflitto non è il sintomo di un fallimento. È la prova che le cose stanno funzionando.

Se non c’è contrasto, non si sta crescendo
“Se durante l’adolescenza non esiste contrasto tra padri e figli, significa che non si sta crescendo.”
Questa è la frase che più di ogni altra libera i genitori dal senso di colpa, perché rovescia completamente la logica con cui si tende a valutare il conflitto familiare. Il conflitto non è segnale di fallimento educativo: è segnale che il figlio sta facendo il suo lavoro. Sta cercando di separarsi. Sta costruendo un confine tra se stesso e il genitore, sta testando dove finisce l’autorità e dove comincia la propria autonomia, sta cercando di capire chi è al di fuori della relazione con chi lo ha cresciuto.
Questo processo è inevitabile, necessario, e spesso rumoroso. Un adolescente che non contrasta mai, che accetta tutto, che non fa mai resistenza: quello è il segnale che preoccupa davvero Andreoli. Perché significa che qualcosa si è bloccato: o la relazione è troppo controllante perché il figlio possa permettersi di ribellarsi, o il figlio ha rinunciato a costruire la propria identità separata. In entrambi i casi è un problema. Il conflitto, invece, anche quando fa male, dice che il figlio ci crede abbastanza da opporsi.
L’adolescenza non è una malattia
“L’adolescenza non è una malattia. È una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise.”
Questa frase di Vittorino Andreoli è il punto di partenza di tutta la sua riflessione, e anche quello che molti genitori fanno fatica a interiorizzare davvero. Nella pratica quotidiana, l’adolescenza viene spesso trattata come una patologia temporanea: qualcosa di anormale che ha bisogno di essere corretto, controllato, accelerato nella sua risoluzione. Il figlio è irascibile? Problema da risolvere. Non comunica? Disturbo da diagnosticare. Si chiude in camera per ore? Comportamento preoccupante da monitorare.
Andreoli dice il contrario: sono caratteristiche precise di una fase. Non sono sintomi, sono la fase stessa. E come tale non si cura, si accompagna. Il genitore che insiste nel voler restituire al figlio adolescente la tranquillità dell’infanzia – quell’equilibrio prevedibile che c’era prima – sta combattendo contro qualcosa di fisiologico. L’adolescenza è, per definizione, squilibrio. È il momento in cui tutto viene rimesso in discussione simultaneamente: il corpo, l’identità, le relazioni, i valori, il futuro. Non è una malattia. È la condizione normale del diventare adulti.
Nessun adolescente si piace davvero
“C’è un dramma del corpo. Non c’è un adolescente che si piaccia veramente.”
Questa frase tocca il nervo più scoperto, perché dice qualcosa di universale che ognuno ricorda, almeno in parte, dalla propria adolescenza. Il corpo che cambia è il campo di battaglia principale dell’adolescente: troppo alto o troppo basso, troppo magro o troppo in carne, la pelle che non collabora, la voce che tradisce, le proporzioni che non tornano mai nel modo giusto. E tutto questo avviene in un’epoca in cui lo sguardo degli altri – dei coetanei soprattutto, ma anche degli adulti – è pervasivo, costante, spietato.
Capire questo aiuta i genitori a guardare certi comportamenti con occhi diversi. La cura ossessiva dell’aspetto, le ore davanti allo specchio, la sensibilità estrema a qualsiasi commento sul corpo, il rifiuto di essere fotografati, non sono vanità o fragilità esagerate. Sono le reazioni normali di chi sta cercando di fare pace con un corpo che sente ancora estraneo, che cambia troppo in fretta per essere integrato. Un genitore che capisce questo può rispondere con molto meno giudizio e molto più vicinanza.
Fuori dal gruppo si sente solo, dentro può diventare branco
“Al di fuori del gruppo, l’adolescente si sente solo, dentro il gruppo però può trasformarsi in branco.”
Questa frase descrive con precisione la trappola fondamentale dell’adolescenza: il bisogno irrinunciabile di appartenenza, e i rischi che quell’appartenenza porta con sé. Il gruppo non è un optional per un adolescente: è una necessità esistenziale. È il luogo in cui sperimenta l’identità al di fuori della famiglia, in cui cerca conferme su chi è, in cui impara le regole della relazione orizzontale tra pari che nessuna relazione verticale con i genitori può insegnare.
Ma il gruppo ha una doppia natura. Protegge e può annullare. Dà sicurezza e può togliere autonomia di giudizio. Quando il bisogno di appartenenza è così forte da rendere impossibile qualsiasi resistenza alla pressione del gruppo, l’adolescente smette di essere una persona e diventa parte di un branco, un sistema in cui le azioni individuali perdono qualsiasi vincolo morale perché l’identità individuale si è dissolta nel collettivo. Capire questa dinamica aiuta i genitori a non demonizzare il gruppo in quanto tale – necessario – ma a restare presenti abbastanza da notare quando il gruppo sta diventando qualcos’altro.
Dobbiamo ammettere di non sapere chi sono gli adolescenti
“Bisogna accettare e dire che non sappiamo chi sono gli adolescenti, solo così potremo conoscerli meglio.”
Questa ultima frase è la più disarmante e la più utile, perché chiede qualcosa che va contro ogni istinto genitoriale: rinunciare alla certezza di sapere. I genitori, quasi per definizione, si sentono in dovere di avere risposte. Di capire il figlio. Di interpretare correttamente ogni segnale. E questa pressione di dover sapere spesso genera l’effetto opposto: proiettano sul figlio schemi preconfezionati, vedono in lui quello che si aspettano di vedere, interpretano i suoi comportamenti attraverso la lente dei propri ricordi adolescenziali.
Vittorino Andreoli dice: fermatevi. Quello che sapete voi dell’adolescenza è la vostra adolescenza, e anche quella era unica, irripetibile, non generalizzabile. Vostro figlio è qualcuno che non conoscete ancora del tutto, che si sta costruendo in tempo reale, che cambia ogni mese in modi che nessun manuale può prevedere. L’ammissione di non sapere non è resa: è apertura. È lo spazio che crea la possibilità di ascoltare invece di classificare, di scoprire invece di confermare, di incontrare davvero vostro figlio invece di incontrare l’idea che vi siete fatti di lui.
Frasi di Vittorino Andreoli sui padri di figli adolescenti
- “Se durante l’adolescenza non esiste contrasto tra padri e figli, significa che non si sta crescendo.”
- “L’adolescenza non è una malattia. È una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise.”
- “C’è un dramma del corpo. Non c’è un adolescente che si piaccia veramente.”
- “Al di fuori del gruppo, l’adolescente si sente solo, dentro il gruppo però può trasformarsi in branco.”
- “Bisogna accettare e dire che non sappiamo chi sono gli adolescenti, solo così potremo conoscerli meglio.”
BIO di Vittorino Andreoli
Vittorino Andreoli (Verona, 1940) è psichiatra, scrittore e saggista italiano tra i più noti e ascoltati del panorama culturale contemporaneo. Specializzato in psichiatria all’Università di Verona, ha lavorato per decenni come clinico e ricercatore, occupandosi in particolare di categorie fragili: malati di mente, carcerati, anziani, giovani in difficoltà. È stato membro del Comitato scientifico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha scritto oltre cento libri tra saggi scientifici e opere di divulgazione. Tra le opere più note: Il lato oscuro, Beata solitudine, La gioia di vivere, Il denaro in testa, Lettera a un adolescente, L’uomo di vetro. La sua scrittura coniuga rigore scientifico e accessibilità, rendendolo uno dei ponti più efficaci tra la psichiatria clinica e il grande pubblico. Vive e lavora a Verona.
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