La commovente frase di Margaret Mazzantini sulla perdita delle persone amate: “Non si guarisce mai da ciò che ci manca”

Margaret Mazzantini non è una scrittrice che consola. Non promette guarigioni emotive, non vende manuali per “voltare pagina” in cinque mosse, non usa cerotti linguistici per tappare le ferite dell’anima. Lei fa un’altra cosa, molto più onesta e molto più scomoda: prende il dolore, lo guarda dritto negli occhi e gli dice “resta pure, tanto non te ne vai”. E da lì comincia a raccontarlo.

Attrice, scrittrice, donna di parola e di corpo, Margaret Mazzantini ha costruito gran parte della sua opera intorno alle assenze che fanno rumore, alle perdite che non passano, ai legami che continuano anche quando le persone non ci sono più. Il suo modo di parlare del dolore per la perdita delle persone care non è mai patetico, ma nemmeno addomesticato. È un dolore che graffia, che invecchia, che cambia forma, ma che non sparisce. E forse è proprio per questo che funziona così bene.

frase di Margaret Mazzantini sulla perdita delle persone amate
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Chi è Margaret Mazzantini

Prima ancora della scrittrice premiata e tradotta, Margaret Mazzantini è una donna che ha attraversato il dolore senza cercare scorciatoie narrative. Nelle interviste, nelle riflessioni pubbliche e soprattutto nei suoi romanzi, emerge sempre la stessa idea: il dolore non è un incidente di percorso, ma una parte strutturale della vita. Non arriva per errore, non si risolve con il tempo, non chiede permesso. Entra e si siede.

La sua scrittura nasce da qui. Da una consapevolezza adulta, persino spietata, che però non rinuncia alla tenerezza. Margaret Mazzantini non idealizza la sofferenza, ma nemmeno la demonizza. La considera una compagna sgradita, certo, ma inevitabile. E come tutte le presenze inevitabili, va imparata a conoscere.

Il dolore per la perdita: non una malattia, ma una convivenza

Una delle frasi che meglio raccontano il suo pensiero è questa:

Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si adatta, ci si racconta altre verità. Si convive con se stessi, con la nostalgia della vita, come i vecchi.”

In poche righe c’è una rivoluzione silenziosa. Margaret Mazzantini smonta l’idea, tanto diffusa quanto crudele, che dal dolore si debba “guarire”. Come se la perdita di una persona amata fosse un’influenza mal curata. No. Da ciò che ci manca non si guarisce, perché non è una patologia. È un’assenza viva.

Secondo lei, il tempo non cancella, al massimo riorganizza. Ci si adatta, che è una parola meno eroica di “superare”, ma molto più vera. Adattarsi significa trovare un modo per continuare a vivere senza amputarsi emotivamente. Significa raccontarsi altre verità, non per mentire, ma per sopravvivere. Perché la verità nuda, quella del “non tornerà mai più”, se la guardi troppo a lungo rischia di paralizzarti.

La nostalgia come forma di presenza

Quando Margaret Mazzantini parla di “nostalgia della vita”, non intende solo il passato, ma tutto ciò che è stato amore, relazione, quotidianità condivisa. La nostalgia non è una debolezza, è una prova. Dimostra che abbiamo vissuto davvero, che qualcuno ha lasciato un’impronta così profonda da continuare a farsi sentire anche dopo.

Paragonare questa convivenza ai vecchi non è casuale. I vecchi sanno che il corpo cambia, che certi dolori non passano, che certe perdite si portano addosso come un cappotto pesante. Ma sanno anche che la vita, testarda, continua a chiedere attenzione. Così il dolore diventa una stanza della casa, non tutta la casa.

Perché questa frase ci è utile

Questa visione è utile perché ci libera da una pressione enorme: quella di dover “stare meglio”. Accettare che il dolore per la perdita delle persone care non si allontana davvero ci permette di smettere di combatterlo. E quando smetti di combattere qualcosa, spesso smette anche di farti solo male.

Margaret Mazzantini ci suggerisce, senza dirlo in modo didascalico, che il dolore può trasformarsi. Non sparisce, ma cambia stato. Da ferita aperta può diventare memoria, da assenza può diventare presenza diversa. Un ricordo che non fa più sanguinare ogni volta, ma che scalda. Un amore che non ha più un corpo, ma ha ancora una voce interiore.

Trasformare il dolore in ricordo, non in rimozione

Il punto non è dimenticare. Margaret Mazzantini non crede nella rimozione, e fa bene: dimenticare chi abbiamo amato non è guarire, è impoverirsi. Il punto è permettere al dolore di evolvere, di diventare qualcosa che possiamo portare senza spezzarci la schiena. In questo senso, il dolore diventa quasi un archivio affettivo. Dentro c’è tutto: mancanza, rabbia, nostalgia, ma anche gratitudine. Perché se manca così tanto, vuol dire che c’è stato davvero. E questo, per quanto faccia male, è anche un privilegio.

Una scrittura che non illude, ma accompagna

Margaret Mazzantini non dà consigli nel senso classico. Non dice cosa fare, non offre soluzioni. Ma accompagna. E accompagnare, quando si parla di perdita, è spesso l’unica cosa possibile. Le sue parole non promettono felicità, ma onestà emotiva. E a volte è proprio questo che salva.

Leggerla significa accettare che il dolore non se ne va, ma può diventare più abitabile. Che ciò che ci manca continuerà a mancarci, ma può smettere di essere solo vuoto. Può diventare ricordo dolcissimo, presenza invisibile, amore eterno che non chiede più spiegazioni. E alla fine, forse, è questo il suo regalo più grande: farci capire che convivere con il dolore non è una sconfitta. È una forma matura di amore.

Frasi di Margaret Mazzantini sulla nostalgia

  1. Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si adatta, ci si racconta altre verità. Si convive con se stessi, con la nostalgia della vita, come i vecchi.”
  2. L’amore, lo sapevo fin troppo bene, si nutre di bocconi tirati quando meno te lo aspetti, è la nostalgia sotto i denti che ti fa resistere.”
  3. Ero felice, non ci si accorge mai di esserlo, e mi chiesi perché l’assimilazione di un sentimento così benevolo ci trovi sempre impreparati, sbadati, tanto che conosciamo solo la nostalgia della felicità, o la sua perenne attesa.”
  4. E poco importa se il tempo non ci ha lasciato sperimentare. Da qualche parte siamo invecchiati insieme, da qualche parte continuiamo a rotolarci e a ridere.”
  5. In quelle trame sottili e candide io catturavo il profumo fraterno della nostalgia, di voi, certo, ma soprattutto di me stesso, della mia latitanza.”
  6. La vita è come l’acqua, scompare, affonda e poi riaffiora dove può, dove deve.”

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