Quante volte sentiamo ripetere frasi come “Non ci sono più le famiglie di una volta”, “I giovani non sanno cosa vogliono” o, ancora, “È tutta colpa dei genitori”. La cronaca racconta episodi che vedono protagonisti i più giovani: dalle baby gang ai casi di bullismo nelle scuole. In questi casi, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle famiglie e sul loro ruolo educativo. Il procuratore Nicola Gratteri, intervenendo nel podcast “Passa dal BSMT”, ha sottolineato la responsabilità condivisa di scuola, istituzioni e famiglie nell’educazione delle nuove generazioni. Oggi viene messo in discussione un modello educativo che sta segnando le ultime generazioni: quello del genitore-amico, più complice che guida.

Si può essere davvero amici dei figli?
Essere “amici” dei figli, per un genitore, dovrebbe significare instaurare un rapporto di fiducia basato su un dialogo sincero, che permetta ai ragazzi di esprimere liberamente sogni, paure e fragilità. Sentendosi ascoltato, un figlio sarà più incline ad aprirsi e a condividere ciò che vive. Questo, però, non significa rinunciare ai limiti. Le regole educative restano necessarie, ma non devono trasformarsi in imposizioni sterili. Devono nascere dal confronto su ciò che è giusto e ciò che non lo è, così da essere comprese e interiorizzate.
Ed è qui che emergono le riserve: questo modello educativo non deve scivolare nella condiscendenza senza confini. Superare il rigido schema gerarchico del passato non vuol dire eliminare ogni forma di autorità, ma sostituirla con una guida capace di orientare senza imporre rigidamente, e senza esempio.
Quando diventa “dannoso” essere amici dei figli
Riflettiamo sulla frase di Gratteri:
“Genitori amici dei figli? Una follia che distrugge l’educazione. I ragazzi non seguono chi predica, ma chi dimostra coerenza.”
La crisi dell’educazione contemporanea, che spesso si traduce in comportamenti violenti, consumistici o autodistruttivi, impone una riflessione sui modelli educativi attuali. Se essere amici dei figli non è di per sé un errore, lo diventa quando questa dimensione finisce per sostituire il ruolo educativo dei genitori.
I figli hanno bisogno di una guida capace di orientare le loro scelte, di indicare i comportamenti da evitare e di trasmettere valori e regole attraverso l’esempio quotidiano. Le regole, infatti, non possono essere solo imposte, ma devono essere incarnate. Giustificare sempre i figli, anche di fronte a errori evidenti, non li protegge, ma li deresponsabilizza, alimentando l’idea che ogni comportamento sia legittimo.
In definitiva, i genitori non devono ridursi a semplici “compagni di gioco”, ma costruire con i figli un rapporto fondato su coerenza, autorevolezza e fiducia, in cui l’amicizia affianchi l’educazione senza sostituirla.
Prima i genitori, poi la scuola
Se i primi modelli di riferimento per i giovani sono i genitori, i secondi sono gli insegnanti. La scuola si conferma così come il principale luogo educativo, chiamato a svolgere un ruolo decisivo anche nella formazione comportamentale degli studenti.
Nicola Gratteri sottolinea l’importanza di restituire centralità a discipline fondamentali come l’italiano, la storia, la geografia e la matematica, soprattutto in un’epoca in cui si tende a privilegiare progetti e metodologie alternative ritenute più capaci di attirare l’attenzione dei ragazzi. Anche in ambito scolastico, gli insegnanti sono chiamati a offrire esempi costanti di responsabilità e coerenza, evitando che l’educazione ai valori si riduca a iniziative sporadiche.
Frasi di Nicola Gratteri sui genitori
- “Dedicare del tempo ai figli non vuol dire essere ossessivi, non farli respirare, non farli crescere e non farli cadere… i bambini devono cadere, si devono fare male, si devono tagliare, devono fare a botte con i coetanei, perché altrimenti non crescono.”
- “I genitori devo seguire i figli da una certa distanza, ma devono anche parlare con loro, perché i figli vogliono che si parli loro.”
- “I genitori devono cercare di dare un esempio di coerenza tra ciò che dicono e ciò che fanno.”
- “Non è importante il tempo, ma è importante cosa si dà ai figli.”
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