Carlo Verdone fa ridere da oltre quarant’anni, ma non è mai stato un comico “leggero”. Sotto le gag, i personaggi goffi, le battute fulminanti e quel modo tutto romano di raccontare il mondo, c’è sempre stata un’attenzione profonda per l’essere umano. Soprattutto per chi si sente fuori posto, inadeguato, solo. Ed è proprio da qui che nasce una delle sue riflessioni più forti e attuali:
“Dobbiamo comprendere nevrosi e solitudine dei giovani. Oggi viviamo in un Medioevo senza orizzonti.”
Una frase che non è uno sfogo nostalgico né una lamentela da adulto disincantato, ma un invito chiaro a guardare in faccia la realtà. Anche quando non ci piace.

Carlo Verdone: osservatore silenzioso del disagio
Prima ancora del personaggio pubblico, Carlo Verdone è un osservatore. Guarda, ascolta, prende appunti mentali. Lo ha fatto per tutta la vita, fin dagli esordi, quando i suoi personaggi sembravano caricature e invece erano già ritratti psicologici precisi. Verdone non ha mai raccontato vincenti. Ha raccontato insicuri, timidi, frustrati, persone che parlano troppo o non parlano affatto. Persone sole, anche quando sono circondate da altri.
Negli anni, questa attenzione si è spostata sempre di più sui giovani. Non per moda, ma per preoccupazione autentica. Verdone lo ha detto più volte in interviste e riflessioni pubbliche: oggi i ragazzi vivono una solitudine diversa, più subdola. Non è la solitudine fisica di chi è davvero isolato, ma quella emotiva di chi è sempre connesso eppure profondamente solo.
Il “Medioevo senza orizzonti”: cosa intende dire Carlo Verdone
Quando Carlo Verdone parla di “Medioevo senza orizzonti”, non sta dicendo che si stava meglio prima. Sta dicendo che oggi manca qualcosa di fondamentale: la prospettiva. Il futuro, per molti giovani, non è una promessa, ma una minaccia. Lavoro precario, aspettative altissime, competizione continua, confronto costante sui social. Tutti sembrano felici, belli, realizzati. Tranne te.
In questo nuovo Medioevo non ci sono castelli e armature, ma algoritmi e notifiche. E come nel Medioevo storico, la paura è una compagna quotidiana. Paura di fallire, di non essere all’altezza, di non trovare il proprio posto. È qui che nascono le nevrosi di cui parla Verdone. Non capricci, non debolezze, ma reazioni umane a un mondo che corre troppo e ascolta troppo poco.
La solitudine nei suoi film e nelle sue parole
Anche quando non ne parla esplicitamente, la solitudine è una presenza costante nel cinema di Verdone. I suoi personaggi cercano amore, riconoscimento, comprensione. Spesso sbagliano strada, spesso fanno ridere proprio perché esagerano, ma sotto c’è sempre una richiesta disperata: “Guardami. Ascoltami. Dimmi che valgo qualcosa”.
Negli anni più recenti, Verdone ha smesso di nascondere questa riflessione dietro la comicità pura e ha iniziato a parlarne apertamente. Lo ha fatto spiegando che i giovani di oggi non vanno giudicati con i parametri di ieri. Perché il mondo che affrontano è radicalmente diverso. Più veloce, più competitivo, più esigente. E molto meno indulgente.
Perché questa frase ci riguarda come genitori
La forza della frase di Carlo Verdone sta nel suo invito alla comprensione. Non alla giustificazione, ma alla comprensione. È una differenza enorme. Capire perché i nostri figli si sentono soli non significa dire che hanno ragione su tutto, ma riconoscere che il loro disagio è reale.
Spesso gli adulti liquidano la solitudine dei ragazzi con frasi come “ai miei tempi era peggio” o “avete tutto”. Ma avere tutto non significa sentirsi visti. Anzi, a volte significa sentirsi ancora più invisibili. In un mondo che ti chiede di essere sempre performante, la fragilità diventa un difetto da nascondere. E quando la nascondi troppo a lungo, resti solo.
Cosa possiamo fare per aiutare i giovani
Verdone non dà ricette, non fa il guru. Ma il suo messaggio è chiaro: serve ascolto. Un ascolto vero, non distratto. Serve tempo, che oggi è il bene più raro. Serve accettare che i giovani non siano come ce li aspettavamo. E che forse il problema non è la loro fragilità, ma la nostra incapacità di stare nella complessità.
Aiutare i ragazzi a sentirsi meno soli significa creare spazi di dialogo dove non si sentano giudicati. Significa smettere di minimizzare il loro dolore solo perché non lo capiamo fino in fondo. Significa, soprattutto, ammettere che questo “Medioevo senza orizzonti” lo stiamo vivendo tutti. E che uscirne è possibile solo insieme.
La solitudine dei giovani è una richiesta di senso
Carlo Verdone, con la sua ironia gentile e il suo sguardo disarmante, ci ricorda che dietro ogni risata c’è spesso una ferita. E che dietro la solitudine dei giovani non c’è pigrizia o ingratitudine, ma una richiesta di senso. La sua frase non è un atto d’accusa, ma una chiamata alla responsabilità. Comprendere, prima di correggere. Ascoltare, prima di parlare. Forse è da qui che possiamo iniziare a restituire ai nostri figli un orizzonte. Anche piccolo. Anche imperfetto. Ma reale.
Frasi celebri sulla solitudine
- “Mi pare di attraversare una solitudine sconfinata per andare non so dove. Sono nello stesso tempo il deserto, il viandante e il cammello.” (Marguerite Yourcenar)
- “Ero come un luogo solitario tra montagne chiuse su tutti i lati da ripidi precipizi bui, dove nessun raggio di sole poteva penetrare e da cui non c’era sbocco nei campi più assolati.” (Mary Shelley)
- “La solitudine è uguale al raggio della propria consapevolezza.” (Yoko Ono)
- “La solitudine è il fatto centrale e inevitabile dell’esistenza umana.” (Tom Wolfe)
- “Nella mia solitudine, ho imparato a dare completa e incondizionata fiducia alle persone che amo.” (Tom Hanks)
- “La solitudine viene con la vita.” (Whitney Houston)
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