La frase di Concita De Gregorio sul silenzio delle parole non dette: “Si immaginano e si inventano per tutta la vita”

Ci sono silenzi che accarezzano e silenzi che fanno male. Ci sono parole non dette che proteggono e altre che scavano. Concita De Gregorio – da sempre maestra nell’arte di ascoltare ciò che non viene pronunciato – ci mette davanti a una verità scomoda e lucidissima: le parole non dette non restano mai neutre. O diventano meraviglia o diventano tragedia. Dipende da chi le abita. Quando scrive:

La meraviglia delle cose non dette è che si possono sempre immaginare. La tragedia delle cose non dette è che te le puoi sempre inventare

Concita De Gregorio non sta facendo poesia astratta. Sta descrivendo un meccanismo umano, quotidiano, spietatamente reale. Uno di quelli che governano le relazioni, l’amore, la politica, le famiglie, perfino il modo in cui parliamo a noi stessi.

frase di Concita De Gregorio sul silenzio delle parole non dette

Chi è Concita De Gregorio

Concita De Gregorio non è solo una giornalista. È una narratrice del non visibile. Direttrice de l’Unità, firma storica di Repubblica, scrittrice tradotta e letta, voce autorevole del dibattito pubblico italiano. Non alza mai la voce, ma arriva sempre al punto.

Nei suoi libri e nei suoi articoli, Concita De Gregorio fa una cosa rara: non spiega il mondo, lo interroga. E spesso lo interroga partendo proprio da ciò che manca. Le omissioni, i silenzi, le frasi interrotte, le parole che “non era il momento”, “non volevo ferirti”, “non serviva dirlo”.

Cosa sono, per lei, le parole non dette

Per Concita De Gregorio le parole non dette non sono assenze. Sono presenze invisibili. Restano lì, sospese, a lavorare. Come una porta socchiusa: puoi immaginare cosa c’è dietro, ma non puoi mai esserne certo.

Quando dice che la meraviglia delle cose non dette è che si possono immaginare, parla del lato luminoso del silenzio. Il non detto, a volte, è rispetto. È spazio. È fiducia nell’intelligenza dell’altro. È la pausa che lascia respirare una relazione, un testo, un sentimento.

Ma subito dopo arriva la stoccata, chirurgica: la tragedia è che quelle stesse cose ce le possiamo inventare. Ed è lì che il silenzio smette di essere elegante e diventa pericoloso.

Perché questa frase è così potente e utile

Questa frase funziona perché dice una cosa che tutti abbiamo vissuto: quando qualcuno non parla, la nostra mente parla al posto suo. E raramente è gentile. Dietro le parole non dette si nascondono spesso:

  • paura del conflitto;
  • desiderio di controllo;
  • incapacità di nominare le emozioni;
  • terrore del vuoto.

Inventiamo spiegazioni perché il vuoto ci spaventa. Lo dice anche la psicologia: diversi studi sulla uncertainty intolerance mostrano che il cervello umano preferisce una spiegazione sbagliata al non sapere. L’assenza di informazioni aumenta ansia e stress più di una verità scomoda. Tradotto: se non mi dici cosa pensi, lo decido io. E spesso decido il peggio.

Dove il non detto fa danni: esempi concreti

Nelle relazioni affettive, il non detto è una bomba a orologeria. “Non ti ho detto che ero stanco perché non volevo litigare.” Risultato? L’altro pensa di non essere più desiderato.

Nel lavoro: “Non ti ho detto che il progetto non funzionava.” Risultato? Si inventano incompetenza, sabotaggio, sfiducia.

In famiglia: “Non ti ho mai detto quanto mi hai ferito.” Risultato? Quel dolore cambia forma, ma non scompare.

Qui Concita De Gregorio è chiarissima: il silenzio non protegge, rimanda. E nel frattempo cresce.

L’amore come risposta e come rischio

Concita De Gregorio lega il tema delle parole non dette all’amore e al terrore del vuoto. Perché parlare significa esporsi. Dire una cosa significa perderne il controllo. Una parola detta non è più tua.

E allora si tace. Per prudenza. Per codardia. Per educazione. Ma l’amore, ci suggerisce lei, non è l’assenza di conflitto. È la disponibilità a stare dentro l’incertezza, senza riempirla di fantasmi.

Cosa possiamo imparare dalle sue parole

La lezione non è “dire tutto”. Sarebbe ingenuo e anche un po’ molesto. La lezione è scegliere consapevolmente cosa tacere e cosa no. Le parole non dette dovrebbero essere:

  • uno spazio condiviso, non una trappola;
  • una pausa, non una fuga;
  • un atto di cura, non di omissione.

Perché, come ci insegna Concita De Gregorio, il silenzio non è mai vuoto. O lo abitiamo noi, con responsabilità, oppure lo abita la paura. E la paura, si sa, scrive sempre le storie peggiori.

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