La frase di Galimberti che ci aiuta a crescere figli felici: “Sbagliate a fare le domande, ecco quali sono quelle giuste”

Se c’è una cosa che Umberto Galimberti riesce a fare benissimo è metterci a disagio. Non perché urli o provochi a caso, ma perché dice ad alta voce ciò che molti pensano e pochi ammettono, soprattutto quando si parla di genitori e figli. Galimberti non accarezza, non consola, non semplifica: smonta. E quando parla di educazione, lo fa partendo da un punto che oggi sembra quasi rivoluzionario nella sua semplicità: l’affetto. Non le regole, non il rendimento scolastico, non il futuro lavorativo. L’affetto. Ed è proprio da qui che nasce una delle sue affermazioni più scomode:

Per crescere i figli in modo felice c’è un’unica soluzione: le relazioni d’affetto.”

Una frase apparentemente ovvia, ma che diventa esplosiva se la prendiamo sul serio.

frase di Galimberti che ci aiuta a crescere figli felici

Chi è Umberto Galimberti

Umberto Galimberti è filosofo, psicanalista, saggista, divulgatore e, per molti genitori, una specie di specchio che riflette ciò che non vogliono vedere. Da anni interviene su temi come il disagio giovanile, la crisi educativa, il ruolo degli adulti e il vuoto emotivo che spesso circonda le nuove generazioni.

Non parla dei giovani come se fossero un problema a sé stante. Parla degli adulti. Perché, secondo lui, i ragazzi non nascono smarriti: lo diventano quando crescono in un mondo che chiede loro di funzionare, ma non di sentire. E qui entra in gioco il nodo centrale del suo pensiero sulla relazione genitori-figli.

La relazione tra genitori e figli secondo Galimberti

Per Galimberti il rapporto tra genitori e figli non può essere ridotto a un contratto di prestazioni: io ti mantengo, tu studi; io ti proteggo, tu obbedisci. Questa logica, molto diffusa, crea figli efficienti forse, ma fragili. Ragazzi che sanno cosa devono fare, ma non sanno chi sono né se stanno bene.

Quando Galimberti parla di educazione, insiste su un punto preciso: senza una relazione d’affetto autentica non esiste crescita sana. E attenzione, perché “affetto” non significa permissivismo né assenza di regole. Significa presenza emotiva. Significa esserci davvero, non solo fisicamente o economicamente.

Le relazioni d’affetto

Per crescere i figli in modo felice c’è un’unica soluzione: le relazioni d’affetto.”

Questa frase è il cuore del discorso. Ed è anche una bella mazzata a una certa idea di genitorialità moderna, tutta concentrata sull’organizzazione e molto poco sulla relazione. Galimberti ci dice che un figlio non ha bisogno solo di essere seguito, ma di essere sentito. Di percepire che qualcuno è interessato a ciò che prova, non solo a ciò che fa.

L’affetto, in questa visione, non è un premio da concedere quando tutto va bene. È il terreno su cui tutto cresce. Senza, anche il successo diventa vuoto, e il fallimento insopportabile.

L’arte dimenticata di fare domande (quelle giuste)

Uno degli aspetti più interessanti del pensiero di Galimberti è l’attenzione alle domande che i genitori fanno – o non fanno – ai figli. Spesso gli adulti chiedono: “Com’è andata a scuola?”, “Hai studiato?”, “Che voto hai preso?”. Domande legittime, certo, ma tutte orientate alla prestazione.

Quasi mai, invece, si chiede: sei felice? Non come formula retorica, ma come vero interesse. Per Galimberti, questa omissione è gravissima. Perché insegna ai figli che le emozioni non contano, che l’importante è funzionare, non stare bene. Ed è qui che la famosa frase sulle relazioni d’affetto diventa una bussola pratica. Chiedere a un figlio se è felice significa costruire uno spazio emotivo sicuro. Significa dire: mi interessa chi sei, non solo cosa fai.

Affetto non è debolezza

C’è un equivoco duro a morire: che l’affetto renda deboli, che troppa attenzione emotiva “vizi” i figli. Galimberti ribalta completamente questa idea. Secondo lui, è proprio la mancanza di affetto a rendere fragili, insicuri, dipendenti dal giudizio esterno.

Un figlio cresciuto dentro una relazione affettiva solida non ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore. Sa di valere. E questa è una base potentissima per affrontare il mondo, le frustrazioni, i no, i fallimenti.

Perché questo pensiero ci riguarda tutti

Il bello – e il terribile – del discorso di Galimberti è che non riguarda solo chi ha figli piccoli. Riguarda tutti. Perché ci costringe a chiederci che tipo di adulti siamo stati, che tipo di relazioni abbiamo vissuto e che idea abbiamo dell’affetto. La sua frase non è uno slogan motivazionale, ma una chiamata alla responsabilità emotiva. Ci dice che educare non significa solo preparare al futuro, ma rendere abitabile il presente.

E forse, se imparassimo davvero a costruire relazioni d’affetto, a fare domande sincere e ad ascoltare le risposte senza giudicare, scopriremmo che crescere figli felici non è una missione impossibile. È solo una questione di coraggio emotivo. Quello che, spesso, manca più agli adulti che ai ragazzi.

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