Alberto Pellai non urla, non accusa e non si mette sul piedistallo. Ed è forse proprio questo che lo rende così ascoltato quando parla di disagio giovanile. Medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, scrittore e divulgatore, Pellai da anni prova a tradurre il malessere degli adolescenti in parole comprensibili anche agli adulti che, spesso, quel disagio faticano persino a riconoscerlo. Una delle sue frasi più citate – e più scomode – è questa:
“I nostri figli non alzano più lo sguardo, solo l’educazione e la vita reale possono riaccendere il desiderio di futuro negli adolescenti.”
Una frase che non consola, ma illumina. E che, soprattutto, chiama in causa noi grandi.

Chi è Alberto Pellai
Prima di diventare un volto noto di convegni, libri e interviste, Alberto Pellai è un professionista che lavora da decenni a contatto diretto con bambini, ragazzi e famiglie. Questo fa una differenza enorme. Perché quando parla di adolescenti fragili, arrabbiati, spenti o disorientati, non lo fa per sentito dire. Lo fa perché li incontra ogni giorno.
Pellai sa usare un linguaggio semplice, diretto, a volte ironico, a volte volutamente tagliente. Non smette di ricordare che dietro ogni comportamento problematico c’è un bisogno non ascoltato. E che dietro ogni adolescente in crisi c’è quasi sempre un adulto che non sa più che ruolo avere.
Cos’è il disagio giovanile secondo Pellai
Per Alberto Pellai il disagio giovanile non è una moda, né un capriccio generazionale. Non è neppure solo ansia, depressione o ritiro sociale, anche se spesso si manifesta così. È qualcosa di più profondo: una fatica a immaginarsi nel futuro, a desiderarlo, a sentirlo possibile.
I ragazzi non stanno male perché “hanno tutto”, come si sente dire con una certa leggerezza. Stanno male perché hanno perso il contatto con esperienze reali che costruiscono identità, competenza e fiducia in sé. Il disagio, per Pellai, nasce quando la crescita avviene più sugli schermi che nella vita vera, più nelle prestazioni che nelle relazioni, più nel giudizio che nell’ascolto.
Pellai ha affrontato il tema del disagio giovanile in libri, interventi pubblici, incontri con genitori e insegnanti, e articoli divulgativi. Sempre con lo stesso filo conduttore: i ragazzi non sono “rotti”, ma disorientati.
Nei suoi interventi ritorna spesso l’idea che l’adolescenza sia diventata una terra di nessuno: troppo adultizzata per essere protetta, troppo fragile per essere lasciata sola. È qui che si inserisce la sua riflessione sullo sguardo che non si alza più.
I nostri figli non alzano più lo sguardo
Quando Pellai dice che i nostri figli non alzano più lo sguardo, non sta parlando solo di smartphone. O meglio: non sta parlando solo di smartphone. Sta parlando di ragazzi che faticano a guardare oltre l’oggi, oltre il like, oltre l’immediato.
Lo sguardo basso è il simbolo di un futuro che non attrae più. E se il futuro non attrae, non si desidera, non motiva, allora l’adolescente si spegne. Non perché sia pigro, ma perché non vede una direzione che valga la fatica.
Perché solo la vita reale può riaccendere il desiderio di futuro
Secondo Alberto Pellai, il desiderio di futuro nasce dall’esperienza concreta: fare, sbagliare, provare, riuscire, fallire e riprovare. Tutte cose che la vita digitale non può davvero insegnare.
La vita reale educa perché mette limiti, tempi di attesa, frustrazioni sane. Ed è proprio lì che si costruisce l’autostima autentica, quella che non dipende dallo sguardo degli altri ma dalla percezione di sé.
Quando tutto è mediato da uno schermo, il rischio è crescere ragazzi iperconnessi ma poco competenti nella gestione delle emozioni, del corpo, delle relazioni vere. E senza queste competenze, il futuro fa paura.
Cosa possiamo fare noi adulti
La frase di Pellai non è un atto d’accusa, ma un invito. Ci dice che non servono prediche, ma presenza. Non servono controlli ossessivi, ma confini chiari. Non serve riempire l’agenda, ma restituire tempo vuoto, noioso, creativo.
Riaccendere il desiderio di futuro significa riportare i ragazzi nella vita reale: nelle responsabilità proporzionate all’età, nelle relazioni non filtrate, nelle esperienze che lasciano il segno. Significa anche accettare che cresceranno facendo errori, e che il nostro compito non è evitarli tutti, ma esserci quando accadono.
Una lezione che vale anche per noi
Forse la cosa più scomoda del pensiero di Alberto Pellai è questa: per aiutare i nostri figli, dobbiamo alzare lo sguardo anche noi. Rivedere il nostro rapporto con il tempo, con la tecnologia, con l’educazione.
Perché i ragazzi non imparano da ciò che diciamo, ma da ciò che siamo. E se vogliamo che tornino a desiderare il futuro, dobbiamo essere noi per primi a renderlo desiderabile. Anche nella vita reale. Anche senza filtri.
Frasi celebri sui giovani
- “Oggi le giovani generazioni non credono più alla letteratura, al lirismo, all’effusione verbale, di cui hanno orrore: predomina la noia, il disgusto.” (Antonio Gramsci)
- “Il giovane più inquietante è quello che non ha opinioni estreme.” (Henri Bordeaux)
- “Il tempo è molto più esteso per i giovani perché sperimentano in continuazione cose nuove. La loro vita è piena di prime volte, di improvvise consapevolezze.” (Gianrico Carofiglio)
- “Attributo dei giovani è il valore.” (Ernest Hemingway)
- “La relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.” (Umberto Galimberti)
- “I giovani cercano i divertimenti perché non sanno gioire. Ma la gioia è innanzitutto gioia di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accettata, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo.” (Umberto Galimberti)
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