Ci sono frasi che fanno sobbalzare sulla sedia. Ti irritano. Ti fanno pensare: “Ma come si permette?”. E poi, se hai l’onestà di fermarti un attimo, capisci che forse quella frase ti ha colpito proprio perché dice qualcosa che non vuoi sentire. Quando Roberta Bruzzone afferma:
“Io te lo leverei tuo figlio! Non potete essere amici dei vostri figli. Un figlio non ha bisogno di un adulto che chieda il permesso: ha bisogno di un adulto che lo protegga, anche da se stesso”
non sta facendo spettacolo. Sta lanciando un allarme. E il suo tono diretto – a tratti spietato – è parte del messaggio.
In un’epoca in cui molti genitori hanno paura di dire “no”, le sue parole suonano come uno schiaffo educativo. Ma forse, ogni tanto, uno schiaffo simbolico serve a svegliarsi.

“Io te lo leverei tuo figlio”: perché una frase così dura?
La frase è volutamente forte. È un pugno sul tavolo. Ma cosa significa davvero? Significa che il ruolo genitoriale non è un ruolo “simpatico”. Non è una gara di popolarità. Non è cercare l’approvazione di un adolescente che cambia umore più velocemente del meteo. Roberta Bruzzone aggiunge:
“Non potete essere amici dei vostri figli.”
Qui il punto è chiaro: l’amicizia è una relazione tra pari. La genitorialità no. Un figlio ha bisogno di una guida, non di un compagno di merende. Se un genitore chiede continuamente il permesso per esercitare la propria autorità – “Ti dispiace se ti chiedo di spegnere il telefono?” – si crea una distorsione. Il bambino o l’adolescente si trova improvvisamente con un potere che non è pronto a gestire.
“Ha bisogno di un adulto che lo protegga, anche da se stesso”
Questa è forse la parte più importante. Proteggerlo “anche da se stesso” significa riconoscere che un minore non ha ancora una piena capacità di valutare rischi, conseguenze, pericoli.
Le neuroscienze lo confermano: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e della pianificazione, continua a svilupparsi fino ai 20-25 anni. Questo non è un dettaglio. È biologia.
Diversi studi sulla genitorialità autorevole (authoritative parenting), come quelli della psicologa Diana Baumrind, mostrano che i figli cresciuti con regole chiare ma affetto costante sviluppano maggiore autonomia e stabilità emotiva rispetto a quelli cresciuti in ambienti permissivi. In altre parole: il “no” detto con amore costruisce più libertà del “fai come vuoi”.
Il mito del genitore-amico
Viviamo in un’epoca in cui molti adulti vogliono essere “moderni”. Vogliono evitare conflitti. Vogliono che i figli li trovino simpatici. Il problema? L’educazione non è un concorso di popolarità.
Un esempio pratico: un ragazzo di 14 anni vuole restare fuori fino alle 2 di notte. Il genitore-amico dice: “Va bene, basta che mi scrivi.” Il genitore adulto dice: “No, torni a mezzanotte. Non è una punizione, è una regola.” Indovina chi dei due sta facendo il lavoro più difficile? E soprattutto: chi sta facendo il lavoro più utile? Roberta Bruzzone, con il suo stile diretto, ci ricorda che l’amore non è compiacenza. È responsabilità.
Quando l’assenza di limiti diventa un problema reale
Nel suo lavoro di criminologa, Roberta Bruzzone ha spesso evidenziato come certe derive comportamentali nascano anche da carenze educative profonde.
Attenzione: non sta dicendo che ogni errore di un figlio sia colpa dei genitori. Sarebbe ingiusto e semplicistico. Ma sta dicendo che l’assenza di confini chiari può creare terreno fertile per comportamenti disfunzionali.
Un figlio che non ha mai sentito un limite può vivere la frustrazione come un’ingiustizia insopportabile. E quando la realtà non si piega ai suoi desideri, può reagire in modo esplosivo. Ecco perché “proteggere anche da se stesso” significa insegnare la frustrazione, il rispetto delle regole, la gestione del rifiuto.
La lezione che possiamo portare a casa
Le parole di Roberta Bruzzone non sono comode. Ma sono utili. Ci insegnano che:
- l’autorità non è autoritarismo;
- dire “no” non è mancanza d’amore;
- un figlio non ha bisogno di un amico adulto, ma di un adulto solido.
Essere genitori significa assumersi la responsabilità di essere impopolari, se serve. Significa tollerare qualche “ti odio” adolescenziale sapendo che, in realtà, stai costruendo sicurezza. L’ironia è che spesso i figli, diventati adulti, ringraziano proprio per quei limiti che allora detestavano.
Un messaggio scomodo, ma necessario
La frase “Io te lo leverei tuo figlio!” può sembrare brutale. Ma forse è brutale anche la realtà che Bruzzone vede ogni giorno nel suo lavoro.
È più facile essere amici. È più difficile essere guida. Ma un figlio non ha bisogno di un adulto che chieda il permesso. Ha bisogno di un adulto che sappia prendersi la responsabilità di proteggerlo, anche quando questo significa dire “no” con fermezza. E forse la vera domanda non è: “Perché lo dice in modo così duro?” La vera domanda è: siamo pronti ad ascoltarla?
Chi è Roberta Bruzzone
Roberta Bruzzone è una psicologa forense e criminologa italiana, spesso presente nei media per l’analisi di casi di cronaca nera. Il suo lavoro si muove tra tribunali, consulenze tecniche e studio delle dinamiche familiari che possono degenerare in violenza o disagio.
Non parla per sentito dire. Parla dopo aver visto cosa succede quando l’educazione è fragile, quando i limiti non esistono, quando gli adulti abdicano al loro ruolo. Ha lavorato in contesti complessi, ha analizzato storie di minori lasciati senza guida, di adolescenti senza argini, di famiglie in cui il confine tra affetto e permissivismo si è dissolto.
Quando dice “Io te lo leverei tuo figlio”, non sta chiedendo davvero di togliere un bambino a qualcuno. Sta denunciando un vuoto educativo.