C’è una frase che, secondo Paolo Crepet, racconta meglio di mille saggi la crisi educativa del nostro tempo:
“Prima, i nostri genitori ci dicevano: ‘Questa casa non è un albergo’. Adesso, invece, diciamo ai nostri figli: ‘Questa casa è un albergo. Rimanete qui con noi, per favore. Non andate via’”.
Sembra quasi una battuta da spettacolo teatrale – e infatti Crepet sa essere ironico, affilato, a volte spietatamente lucido – ma dentro questa frase c’è una rivoluzione culturale. E anche una sconfitta.
Non è solo una questione di giovani “mammoni” o di genitori troppo affettuosi. È qualcosa di più profondo: è la paura di lasciar andare, è l’ansia di restare indispensabili, è la difficoltà di accettare che educare significa preparare alla separazione. E Crepet, su questo, non fa sconti a nessuno.

Chi è Paolo Crepet
Paolo Crepet è psichiatra, sociologo, scrittore e volto noto del dibattito culturale italiano. Da anni studia il rapporto tra genitori e figli, le fragilità adolescenziali, l’educazione emotiva e il coraggio di crescere.
Non è un provocatore per moda. È un clinico che ha visto generazioni di ragazzi seduti davanti a lui con lo sguardo perso, paralizzati dalla paura di sbagliare. Ha scritto saggi, romanzi, interventi pubblici in cui denuncia quella che definisce una “deriva iperprotettiva” della nostra società. Quando parla, non lo fa per fare spettacolo. Lo fa perché vede le conseguenze.
“Questa casa non è un albergo“: cosa significava ieri
La frase dei nostri genitori – “Questa casa non è un albergo” – era spesso pronunciata con tono severo. Voleva dire: qui si contribuisce, qui si rispettano le regole, qui si cresce.
Non era un invito a scappare, ma un richiamo alla responsabilità.
Non sei un cliente. Sei parte di una comunità.
Quel messaggio conteneva tre elementi fondamentali:
- responsabilità;
- autonomia.
Non era sempre detto con dolcezza, certo. Ma spingeva fuori dal nido.
“Questa casa è un albergo. Rimanete qui“: cosa significa oggi
Quando Crepet dice che oggi siamo noi a implorare i figli di restare, fotografa un ribaltamento psicologico. Non è più il figlio che teme il mondo. È il genitore che teme il distacco.
Dietro quel “Non andate via” c’è un bisogno nascosto: restare necessari, evitare il vuoto, proteggere da un mondo percepito come ostile. Ma qui sta il punto doloroso: proteggere troppo significa indebolire.
Crepet insiste spesso su un concetto chiaro e diretto:
“I figli non sono bonsai da tenere sul balcone.”
Cosa significa? Che non possiamo potare continuamente la loro libertà per tenerli piccoli, controllabili, vicini. Un bonsai è bello, ordinato, ma è volutamente miniaturizzato. Un figlio no. Un figlio deve diventare grande.
Perché chiedere ai figli di restare è la cosa peggiore che possiamo fare
Sembra una frase d’amore: “Resta qui con noi”. In realtà può essere un messaggio devastante. Perché comunica:
- il mondo è troppo pericoloso per te;
- senza di noi non ce la fai;
- noi abbiamo bisogno di te per stare bene.
E questo crea un doppio legame emotivo: il figlio non parte per senso di colpa o per paura.
Diversi studi psicologici sull’autonomia giovanile mostrano che l’iperprotezione genitoriale è correlata a maggiore ansia, minore capacità decisionale e difficoltà nella costruzione dell’identità adulta. La cosiddetta “parental overprotection” è stata associata a livelli più alti di insicurezza e dipendenza emotiva. In parole semplici: se non ti alleni a camminare da solo, quando lo farai tremerai.
Crepet lo dice senza girarci intorno: educare significa anche saper sopportare il dolore della distanza.
Un esempio concreto: la valigia mai fatta
Immaginiamo Marco, 28 anni, lavoro precario ma reale possibilità di trasferirsi in un’altra città. I genitori lo trattengono: “Qui hai tutto. Perché rischiare?”. Marco resta. Passano cinque anni. Non è più una scelta. È una prigione confortevole.
Oppure pensiamo a Sara, 23 anni, che vuole fare un’esperienza all’estero. La madre piange per settimane. Il padre ripete: “Qui sei al sicuro”. Sara parte lo stesso, ma con un senso di colpa enorme.
In entrambi i casi il messaggio è chiaro: crescere equivale a tradire.
La lezione che possiamo trarre
La frase di Crepet non è nostalgia per il passato. È un invito al coraggio. L’amore vero non trattiene. Spinge. Non implora: incoraggia. Se diciamo ai nostri figli “Rimanete qui”, stiamo dicendo in realtà: “Abbiamo paura”. Ma l’educazione non può essere governata dalla paura. Forse la frase più sana oggi sarebbe: “Questa casa non è un albergo. È un porto. E i porti servono per partire.”
Crepet ci ricorda che il compito di un genitore non è essere indispensabile per sempre. È diventare, un giorno, felicemente inutile. Sì, fa male. Sì, la casa sarà più silenziosa. Sì, la domenica a pranzo non sarà più come prima. Ma un figlio che parte non è un figlio che abbandona. È un figlio che funziona. E forse il vero fallimento non è quando se ne va. È quando resta perché non sa andare.
Prepariamo i nostri figli al mondo
La provocazione di Paolo Crepet è uno specchio. E come tutti gli specchi, non sempre ci piace ciò che vediamo. Chiedere ai figli di restare a casa può sembrare un gesto d’amore. In realtà può essere un atto di egoismo inconsapevole.
Educare significa preparare al mondo, non schermarlo dal mondo. Significa accettare che l’autonomia è il traguardo, non la minaccia.
La prossima volta che ti verrà da dire: “Resta qui, non andare via”, fermati un attimo. Chiediti: lo sto dicendo per lui o per me? E forse scoprirai che l’amore più grande è quello che apre la porta.
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