Khalil Gibran, quando parla, lo fa con una voce riflessiva, poetica e travolgente, capace di arrivare dritta all’anima e al cuore.
C’è poi chi tace: non perché non abbia nulla da dire, ma perché sceglie di non dire nulla. E quel silenzio, che può apparire pesante come un macigno, in realtà è leggero, vuoto, irrilevante. Il “silenzio rumoroso”, come lo definisce Gibran, è quello degli invidiosi. Per questo, quando ci troviamo davanti a un’assenza muta di parole, è bene rimettere l’ago della bilancia al suo posto: saper misurare parole, pause e silenzi ci aiuta a riconoscere chi tace non per profondità, ma per invidia.

Chi era Khalil Gibran
Possiamo definirlo in molti modi: filosofo, poeta, pittore, aforista. Questa pluralità di voci rimanda a un uomo al tempo stesso diviso e unito tra il Libano e gli Stati Uniti. Come un ponte tra l’Oriente e l’Occidente, Gibran è riuscito a parlare direttamente al cuore dei lettori, diventando uno dei pochi capaci di raccontare amore e dolore come una guida spirituale senza tempo, valida per ogni epoca.
L’invidia, il silenzio, il rumore
Khalil Gibran era incline all’osservazione e alla riflessione profonda, e tra i molti sentimenti che ha esplorato non poteva mancare l’invidia. Un’emozione aspra, che istintivamente condanniamo, ma che, lo sguardo lucido di Gibran, invita ad andare oltre la superficie per comprenderne le dinamiche più intime e il modo in cui influisce sulle relazioni umane. Celebre è la sua metafora:
“Il silenzio degli invidiosi è troppo rumoroso.”
È un silenzio che fa rumore perché chi invidia desidera intensamente ciò che non possiede e, nel farlo, riconosce implicitamente all’altro il valore di ciò che ha. Così si rifugia in un mutismo carico di significato, capace di dire più di una confessione, di una rivelazione o persino di uno sfogo. Chi prova invidia si manifesta proprio attraverso l’assenza di parole: non aggiunge nulla, eppure riempie ogni spazio, facendo risuonare il vuoto più lontano.
Come smascherare il rumore
Si può tacere perché non si ha nulla da dire, oppure perché, quando si sta davvero bene con qualcuno, le parole non sono sempre necessarie a riempire il tempo. Esiste però un altro silenzio: quello dell’invidioso. Non è imbarazzante, ma rumoroso. È un sottofondo costante che si avverte quando si è davanti a chi sceglie di non parlare per rinfacciare, per far pesare qualcosa.
Riconoscerlo non è sempre immediato, ma col tempo si smaschera da solo. Se il suo intento è farci sentire in colpa, non dobbiamo assecondarlo. Al contrario, possiamo guardarlo per ciò che è: qualcuno che crede di nascondersi nel silenzio, ma che proprio attraverso di esso si rivela per quello che è, un invidioso. Ed è proprio quel rumore, dice Gibran, a rendere l’invidia inconfondibile: un silenzio che tradisce, che si svela da sé e che a noi lascia due sole scelte possibili: sorridere o, semplicemente, ignorarlo.
Frasi di Khalil Gibran sull’invidia
- “Solo coloro che stanno sotto di me possono invidiarmi o odiarmi. Non sono mai stato invidiato né odiato; non sono superiore a nessuno. Solo coloro che stanno sopra di me possono lodarmi o sminuirmi.”
- “L’invidioso mi loda senza saperlo.”
- “Non sono forse gli spiriti che abitano nell’etere a invidiare all’uomo il suo dolore?“
- “A volte quello che sembra risentimento è solo un’ammirazione incompresa.”
- “Non sono forse gli spiriti che abitano nell’etere a invidiare all’uomo il suo dolore?“
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