Il 2 febbraio 2026 è morta Maria Rita Parsi. Psicologa, psicoterapeuta, scrittrice, voce scomoda e insieme rassicurante del panorama culturale italiano. Una di quelle persone che non si limitano a “parlare bene”, ma che sanno dire cose difficili nel modo giusto. Anche – e soprattutto – quando il tema è quello che tutti evitiamo finché possiamo: la morte.
Maria Rita Parsi non ha mai cercato di addolcire l’argomento. Non lo ha trasformato in poesia evasiva né in filosofia astratta. Al contrario, lo ha riportato al suo posto naturale: dentro la vita quotidiana. Con una lucidità che spiazza e una semplicità che disarma. Perché, come ripeteva spesso, ignorare la morte non ci protegge dalla paura: la moltiplica.

Maria Rita Parsi: una vita spesa per capire l’essere umano
Maria Rita Parsi nasce a Roma nel 1939. Psicologa clinica e psicoterapeuta, è stata una delle maggiori esperte italiane di infanzia, adolescenza e relazioni familiari. Ha fondato e presieduto il Movimento Bambino Onlus, organizzazione impegnata nella tutela dei diritti dei minori e nel contrasto alla violenza psicologica e fisica.
Autrice di numerosi saggi e libri divulgativi, ha portato la psicologia fuori dagli studi specialistici e dentro le case, le scuole, i talk show, senza mai banalizzarla. Il suo stile era diretto, a tratti ironico, spesso spigoloso. Ma sempre profondamente umano.
Ed è proprio questa autorevolezza – costruita sul lavoro clinico, sull’ascolto reale delle persone, sul confronto con la sofferenza – che rende credibili e potenti le sue parole sulla morte.
La morte non come nemica, ma come confine
Una delle frasi più note e più fraintese di Maria Rita Parsi è questa:
“Si nasce e si muore, in tempi che riguardano il destino di ciascuno: la morte è inevitabile.”
Detta così, sembra quasi brutale. Niente consolazioni, niente spiragli mistici. Eppure, se la si ascolta davvero, è una frase profondamente liberatoria.
Maria Rita Parsi non stava dicendo “rassegnatevi”. Stava dicendo l’opposto: smettete di sprecare energie a combattere ciò che non potete cambiare. La morte, per lei, non è una punizione, né un errore del sistema. È un dato di realtà. Come la nascita. Come il tempo che passa. Accettare che la morte sia inevitabile non significa desiderarla, né anticiparla con angoscia. Significa toglierle il potere di paralizzarci.
La paura della morte: un problema di vita, non di fine
Maria Rita Parsi è stata chiarissima su questo punto: la paura della morte, nella maggior parte dei casi, non riguarda la morte in sé, ma il modo in cui viviamo.
Quando diceva che temiamo la fine, intendeva che spesso temiamo:
- di non aver detto ciò che contava;
- di non aver amato abbastanza;
- di aver vissuto secondo copioni imposti;
- di aver rimandato troppo.
La morte, in questa prospettiva, diventa uno specchio crudele ma onesto. Ci mostra ciò che abbiamo evitato.
Ed è per questo che la Parsi insisteva: parlare di morte è un atto di responsabilità verso la vita.
La morte va pensata, non rimossa
Un’altra idea centrale del suo pensiero è che rimuovere la morte non ci rende più sereni, ma più fragili. Bambini e adulti inclusi.
Maria Rita Parsi ha spesso criticato l’atteggiamento iperprotettivo degli adulti, convinti che tacere certi temi “protegga” i più piccoli. In realtà, spiegava, il silenzio genera fantasmi. E i fantasmi fanno più paura della verità. Pensare la morte significa:
- darle un posto;
- darle un nome;
- darle un senso umano.
Non significa ossessionarsi, ma normalizzare l’idea del limite.
La psicologia lo conferma
Diversi studi in ambito psicologico – dalla tanatologia alle ricerche sul “death awareness” (“consapevolezza della morte”) – mostrano che accettare la propria mortalità aumenta la qualità della vita, riduce l’ansia e rafforza il senso di significato. Non a caso, modelli come quello di Elisabeth Kübler-Ross hanno aiutato intere generazioni a comprendere che il confronto con la fine è parte integrante della salute mentale.
Maria Rita Parsi, però, aveva un vantaggio: non parlava solo da teorica. Parlava da clinica. Da osservatrice dell’animo umano. Da donna che non aveva paura di chiamare le cose con il loro nome.
L’eredità di una voce scomoda e necessaria
Maria Rita Parsi ci lascia il 2 febbraio 2026, ma non se ne va davvero. Resta nelle sue parole, che continuano a dar fastidio a chi preferisce anestetizzare la vita. E conforto a chi ha il coraggio di guardarla in faccia.
La sua frase – “la morte è inevitabile” – non è una condanna. È un invito. A vivere meglio. A vivere adesso. A vivere con consapevolezza. Perché, come avrebbe probabilmente detto lei, non è la morte il problema. È non aver vissuto davvero prima che arrivi.
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