Umberto Galimberti non è il tipo di intellettuale che accarezza il pubblico per tenerlo buono. Lui preferisce scuoterlo. A volte lo fa con parole eleganti, altre con frasi che suonano come uno schiaffo ben assestato. E forse è proprio per questo che continua a essere ascoltato, discusso, citato e, da qualcuno, anche cordialmente detestato.
Filosofo, psicoanalista, saggista e divulgatore, Galimberti ha passato la vita a osservare l’essere umano dentro il suo tempo storico. E il nostro tempo, secondo lui, è dominato da un problema enorme e spesso sottovalutato: la società dell’apparire. Una società in cui contano più le immagini delle persone, più le maschere delle identità, più i profili delle storie reali. Ed è in questo contesto che pronuncia una frase tanto semplice quanto feroce:
“Poco orgoglio e molta apparenza, per sembrare qualcuno ci stiamo dimenticando chi siamo davvero.”
Una frase che non consola, ma serve. Anche – e soprattutto – per farci vergognare un po’. Di quella vergogna sana che può diventare il primo passo per cambiare.

Chi è Umberto Galimberti
Umberto Galimberti nasce nel 1942 e cresce culturalmente all’ombra di pensatori come Heidegger e Nietzsche. Ma a differenza di molti filosofi accademici, non resta chiuso nella torre d’avorio dell’università. Decide di scendere in piazza, metaforicamente parlando, e di parlare a tutti. Lo fa nei libri, nei teatri, nelle scuole, in televisione.
Galimberti è diretto, ironico, spesso provocatorio. Non ha paura di dire cose scomode, soprattutto quando parla ai giovani e degli adulti che li hanno cresciuti. Dietro questa postura pubblica, però, c’è una coerenza profonda: la convinzione che la filosofia debba servire a capire come stiamo vivendo, non solo a spiegare come abbiamo pensato. Ed è proprio osservando il nostro modo di vivere che Galimberti individua una malattia diffusa: l’ossessione per l’apparenza.
Cos’è la società dell’apparire secondo Galimberti
Per Galimberti, la società dell’apparire è quella in cui valiamo per come ci mostriamo, non per ciò che siamo. Un mondo in cui l’identità non nasce dall’esperienza, dal pensiero o dalla relazione con gli altri, ma dallo sguardo altrui. Se non sei visto, è come se non esistessi. Se non sei approvato, sei fuori gioco.
È una società che ha trasformato l’orgoglio in una merce rara. L’orgoglio di essere se stessi, di sostenere un pensiero, di accettare i propri limiti. Al suo posto, abbiamo messo la vetrina: sorrisi pronti, frasi a effetto, immagini curate, successi raccontati meglio di come sono stati vissuti.
Galimberti ne ha parlato in numerosi saggi e interventi pubblici, soprattutto quando affronta il tema del nichilismo contemporaneo e del disagio giovanile. Perché, dice, quando l’apparire diventa più importante dell’essere, il risultato è una fragilità enorme. Basta un like in meno, uno sguardo distratto, un confronto sbagliato, e l’immagine crolla. Con lei, anche la persona.
Poco orgoglio e molta apparenza
Quando Galimberti dice: “Poco orgoglio e molta apparenza, per sembrare qualcuno ci stiamo dimenticando chi siamo davvero”, non sta facendo poesia. Sta facendo diagnosi.
Il “poco orgoglio” non è modestia, ma mancanza di radici. È l’incapacità di dire: “Questo sono io”, senza chiedere il permesso. La “molta apparenza” è il trucco con cui cerchiamo di compensare quel vuoto. Se non so chi sono, mi costruisco un personaggio. Se non mi stimo, cerco conferme continue. Il problema è che, a forza di sembrare, smettiamo di essere. E quando finalmente ci fermiamo – magari stanchi, insoddisfatti, ansiosi – non sappiamo più chi abbiamo lasciato indietro. Noi stessi.
Perché questa frase ci può (e ci deve) far vergognare
La vergogna, per Galimberti, non è sempre un sentimento negativo. Può diventare una bussola morale. Vergognarsi di chi siamo diventati significa riconoscere che qualcosa non va. Che stiamo vivendo in automatico, inseguendo modelli che non abbiamo scelto davvero.
Ci vergogniamo quando ci accorgiamo di parlare più di come appariamo che di come stiamo. Quando difendiamo un’immagine invece di un valore. Quando siamo più preoccupati di sembrare interessanti che di essere onesti. Questa vergogna non serve a distruggerci, ma a svegliarci. A farci una domanda semplice e scomoda: chi sarei se nessuno mi stesse guardando?
Cosa possiamo fare per migliorarci, secondo Galimberti
Galimberti non offre ricette facili, perché diffida delle soluzioni preconfezionate. Ma un’indicazione chiara la dà: tornare a coltivare l’interiorità. Recuperare il silenzio, il pensiero, la capacità di stare con se stessi senza doverlo dimostrare a qualcuno. Significa rallentare, accettare di non essere sempre all’altezza dell’immagine che ci viene richiesta. Significa anche recuperare un sano orgoglio: non quello arrogante, ma quello che nasce dalla coerenza tra ciò che pensiamo, diciamo e facciamo.
In fondo, Galimberti ci invita a un atto rivoluzionario nella società dell’apparire: smettere di recitare. E iniziare, finalmente, a vivere. Perché sembrare qualcuno può dare visibilità. Ma essere qualcuno, anche senza riflettori, dà senso. E di senso, oggi, ne abbiamo disperatamente bisogno.
Frasi di Umberto Galimberti
- “Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.”
- “Il prossimo, sempre meno specchio di me e sempre più “altro”, obbligherà tutti a fare i conti con la differenza, come un giorno, ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il territorio e la proprietà.”
- “È noto che l’uomo non ha mai abitato il mondo, ma sempre e solo la descrizione che le varie epoche storiche si sono incaricate di dare al mondo.”
- “Quel che è saltato nella nostra attuale società è il concetto di limite. E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione.”
- “È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che e’ sempre stato il sogno più antico dell’uomo, la liberazione dal lavoro, si sta trasformando in un incubo.”
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