Le frasi di Galimberti che ti aiutano a ritrovare un rapporto sano con i figli: “Non li hai fatti per stare tranquillo”

Ci sono frasi che ti accarezzano. E poi ci sono frasi che ti svegliano. Quando Umberto Galimberti parla di genitori e figli, lo fa con la lucidità del filosofo e la franchezza di chi non ha paura di disturbare. E infatti dice:

I primi tre anni di vita come li passano i bambini? Li passano con un esercito di baby sitter oppure davanti alla televisione a vedere i cartoni animati, oppure a tre anni hanno già in mano ‘ste macchinette’ per lasciare tranquilli i genitori, ma lo scopo del matrimonio una volta che decido di far figli non è quello che tu sia tranquillo.

Una frase che graffia. Ma che, se ci fermiamo un attimo, può diventare una bussola.

frasi di Galimberti che ti aiutano a ritrovare un rapporto sano con i figli

I primi tre anni di vita…”: perché Galimberti insiste proprio su quell’età?

I primi tre anni di vita come li passano i bambini?

Non è una domanda retorica. È una domanda scientificamente fondata. Gli studi di psicologia dello sviluppo – a partire dalle ricerche di John Bowlby sull’attaccamento – hanno dimostrato che nei primi anni di vita si costruisce la base della sicurezza emotiva. È lì che si forma la fiducia nel mondo. È lì che il bambino impara se può contare su qualcuno.

Se in quei primi anni il bambino è affidato a un “esercito di baby sitter” o a uno schermo, cosa interiorizza? Non è una crociata contro le baby sitter. Non è una demonizzazione della tecnologia. È una questione di presenza emotiva.

Galimberti punta il dito contro una genitorialità che cerca tranquillità invece di responsabilità. Quando dice che i bambini vengono messi davanti alla televisione o con “’ste macchinette” per lasciare tranquilli i genitori, non sta parlando solo di tablet o smartphone. Sta parlando di un atteggiamento.

Il messaggio implicito diventa: “Devi occuparti da solo, perché io ho bisogno di pace”.

Lo scopo del matrimonio… non è quello che tu sia tranquillo

Qui arriva la frase più tagliente:

“Lo scopo del matrimonio una volta che decido di far figli non è quello che tu sia tranquillo.”

Tradotto: se scegli di diventare genitore, la tua serenità non è più la priorità assoluta. È una provocazione? Sì. È vera? Anche. Fare figli significa rinunciare a una parte di comodità. Significa accettare notti insonni, caos, domande infinite, conflitti, fatica.

Galimberti non condanna il desiderio di equilibrio personale. Condanna l’illusione che si possa avere figli senza essere disturbati. Un figlio non è un accessorio. Non è un progetto da gestire a tempo perso. È una relazione viva.E le relazioni vere non sono tranquille. Sono intense.

Amore non è solo carezze

In un altro passaggio sul tema dell’educazione, Galimberti afferma che l’amore non è solo carezze o abbracci. L’amore è fiducia incondizionata.

Cosa significa? Significa che un bambino ha bisogno di sentire che esiste agli occhi dei genitori. Che è visto. Che è riconosciuto. Che è degno. Non basta dire “ti voglio bene”. Bisogna dimostrarlo con il tempo, con l’ascolto, con la coerenza.

Degli esempi pratici?

  • spegnere il telefono quando tuo figlio ti racconta la sua giornata;
  • guardarlo negli occhi quando piange, invece di dirgli “non è niente”;
  • accettare la sua rabbia senza ridicolizzarla.

Sembrano dettagli. Non lo sono. Sono fondamenta.

Il problema non è la tecnologia. È la delega emotiva

La frase sulle “macchinette” non è nostalgia del passato. È critica alla delega educativa. Se ogni volta che un bambino si annoia gli diamo uno schermo, gli stiamo togliendo la possibilità di sviluppare creatività e capacità di stare con se stesso. Se ogni volta che piange lo distraiamo con un cartone animato, gli stiamo insegnando a evitare le emozioni. E poi, da adolescenti, ci chiediamo perché non sanno gestire frustrazione e dolore. Galimberti ci sta dicendo questo: i primi anni sono il laboratorio dell’anima.

Come usare questa frase per ritrovare un rapporto sano con i nostri figli

La frase può diventare una chiave di svolta. Non per sentirci in colpa, ma per ricalibrare le priorità.

Un rapporto sano si costruisce quando:

  • il tempo insieme è di qualità, non solo quantità;
  • l’autorità non è autoritarismo, ma guida;
  • il conflitto non è evitato, ma attraversato.

Se oggi senti che il rapporto con tuo figlio è distante, forse non serve un nuovo metodo educativo. Serve presenza. Serve chiedersi: “Sono davvero lì quando lui ha bisogno di me?”. Non perfetti. Presenti.

Una verità scomoda, ma liberante

Galimberti non ci dice che dobbiamo essere genitori eroici. Ci dice che dobbiamo essere consapevoli. La tranquillità non è il fine. La relazione sì. Paradossalmente, quando accetti che un figlio ti scombussoli, che ti metta in crisi, che ti costringa a crescere… scopri una serenità più profonda. Non quella del silenzio in casa. Quella della connessione vera. Perché un bambino che si sente amato davvero – non parcheggiato, non intrattenuto, non zittito – diventa un adulto capace di amare.

E allora la frase di Galimberti smette di essere un’accusa. Diventa un invito. A scegliere ogni giorno di essere genitori. Anche quando non è comodo. Anche quando non è tranquillo. Soprattutto quando non è tranquillo.

Chi è Umberto Galimberti

Umberto Galimberti è filosofo, psicoanalista, saggista e docente universitario. Per anni ha insegnato filosofia della storia e psicologia dinamica, collaborando con importanti testate nazionali. La sua formazione intreccia filosofia, psicoanalisi e studio dei comportamenti umani.

Non è un opinionista improvvisato. È uno studioso che conosce a fondo l’animo umano. Nei suoi libri e interventi pubblici analizza il disagio contemporaneo, il nichilismo giovanile, il rapporto tra tecnologia ed educazione, la fragilità emotiva delle nuove generazioni. Quando parla dei genitori, non lo fa da moralista. Lo fa da osservatore della società. E la sua tesi è chiara: stiamo crescendo figli emotivamente soli.

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