L’ultima frase di Giovanni Paolo II a Pasqua ci ricorda che la morte non è una fine ma un passaggio

Il 2 aprile 2005, alle 21:37, Giovanni Paolo II morì nella sua stanza privata in Vaticano. Era malato da anni, il Parkinson lo aveva consumato lentamente, davanti agli occhi del mondo intero. Nei giorni prima di morire, aveva già smesso di parlare. Ma c’era stata una frase, pronunciata poco prima, che chi era presente in quella stanza ha poi raccontato: semplice, diretta, piena di quella fede che aveva attraversato tutta la sua vita.

ultima frase di Giovanni Paolo II

Le ultime parole di Papa Giovanni Paolo II

Lasciatemi andare alla casa del Padre.”

Karol Wojtyła aveva ottantaquattro anni. Era stato papa per quasi ventisette anni, uno dei pontificati più lunghi della storia moderna. Aveva attraversato la guerra, il comunismo polacco, un attentato che lo aveva quasi ucciso nel 1981 in piazza San Pietro, anni di malattia progressiva che lo avevano reso progressivamente incapace di muoversi e di parlare. Eppure, nelle ultime ore, questa frase.

Casa del Padre” non è solo un’espressione religiosa: è un’immagine precisa, domestica, calda. Non il tribunale di Dio, non il giudizio universale: la casa. Il luogo in cui si torna, non quello in cui si arriva per la prima volta. E il verbo che sceglie – “lasciatemi andare” – dice tutto sul suo rapporto con la morte: non la subisce, non la teme. La chiede. Come chi sa dove sta andando e vuole solo che gli tolgano di mano qualcosa che lo trattiene.

Una vita preparata a quel momento

Giovanni Paolo II aveva scritto e parlato della morte per tutta la sua vita di sacerdote, vescovo e papa. In Varcare la soglia della speranza – il libro-intervista pubblicato nel 1994, uno dei più venduti al mondo – aveva affrontato il tema con una franchezza rara per un pontefice: la morte non come fine ma come inizio, come la porta verso qualcosa che la ragione umana non riesce a vedere, ma che la fede indica con chiarezza.

Non era retorica. Chi lo aveva conosciuto da vicino – cardinali, segretari, collaboratori – ha sempre raccontato di un uomo che pregava ore ogni giorno, che aveva con Dio un rapporto personale e diretto, non istituzionale. La frase finale non era una citazione biblica esibita davanti a telecamere inesistenti: era la coerenza naturale di una vita intera.

La morte come passaggio nella tradizione cristiana

L’immagine della morte come “passaggio” – in latino transitus – è antica quanto il Cristianesimo. Non è un eufemismo per evitare la parola “morte”: è una visione del tempo che distingue tra ciò che finisce e ciò che continua. Il corpo si spegne, ma qualcosa – la persona, l’anima, ciò che rende qualcuno unico e irripetibile – non finisce con lui.

Wojtyła aveva vissuto questa convinzione in modo viscerale. Aveva perso la madre a nove anni, il fratello a ventidue, il padre a venti. Aveva visto morire amici nella guerra, poi il suo popolo sotto il nazismo e il comunismo. La morte non era per lui un’idea astratta: era una presenza costante, con cui aveva imparato a stare senza esserne distrutto.

Il rapporto con la sofferenza

Negli ultimi anni di vita, Giovanni Paolo II aveva scelto deliberatamente di non nascondersi. Appariva in pubblico con il tremore delle mani, con la difficoltà a parlare, con un corpo che cedeva visibilmente. Molti lo esortavano a dimettersi, a ritirarsi. Lui rimase, convinto che anche quella – la testimonianza del soffrire in pubblico senza vergogna – fosse parte del suo ministero. “Il Papa deve soffrire” disse in un’intervista, “perché il mondo soffre.” Non è masochismo: è coerenza. La stessa coerenza che si ritrova nelle sue ultime parole.

Perché quella frase ci colpisce ancora

Ci sono persone che muoiono e la loro morte dice qualcosa sulla loro vita. Giovanni Paolo II è una di queste. Quella frase finale non è ricordata solo dai cattolici, non è patrimonio solo di chi condivide la sua fede. È ricordata da chiunque abbia mai pensato a come si vorrebbe morire: con paura o con pace, nella rassegnazione o nella speranza.

Lasciatemi andare alla casa del Padre” è la voce di qualcuno che ha vissuto abbastanza da non temere quello che viene dopo. E in qualunque modo tu intenda quella “casa” – religiosa, poetica, metaforica – c’è dentro qualcosa che parla a tutti: il desiderio di arrivare da qualche parte, alla fine, e di sentirsi finalmente a casa.

L’eredità di una vita

Giovanni Paolo II è stato il primo papa non italiano dopo 455 anni, il primo papa polacco della storia. Ha viaggiato in 129 paesi, ha incontrato milioni di persone. Ha contribuito alla caduta del comunismo in Polonia e nell’Europa dell’Est. Ha chiesto perdono per i peccati storici della Chiesa, dalla persecuzione degli ebrei all’Inquisizione. Ha resistito all’attentato del 1981 perdonando pubblicamente il suo attentatore. Una vita enorme, vissuta fino in fondo. E conclusa con una frase di sei parole.

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